Home Interviste Un’intervista e un guest post: Manuela Salvi, i libri, i ragazzi e...

Un’intervista e un guest post: Manuela Salvi, i libri, i ragazzi e la violenza

6
thumbnail

Questo esperimento del tema unico e dei guest post su Zebuk ci ha dato un sacco di soddisfazioni, davvero: si sono aperti dibattiti paralleli sui social, sono nate nuove idee, abbiamo colto al volo spunti per il futuro e fatto nuove conoscenze.

“Cade a fagiuolo” il guest post di oggi: Cristiana Pezzetta, presidentessa dell’Associazione Semi di Carta a Roma, ha intervistato per noi l’amica scrittrice Manuela Salvi, autrice di libri per ragazzi, copyeditor, sceneggiatrice, insegnante di scrittura creativa per ragazzi e adulti e tanto altro. Un guest post che è anche un’intervista che è un parlare di violenza, ancora una volta, che è anche lanciare un sasso nello stagno della letteratura per ragazzi. Un argomento che ci interessa, ah se ci interessa… :)

Nelle scorse settimane Zebuk ha letto “E sarà bello morire insieme”, libro YA (Young Adult), una storia d’amore e di mafia, per il tema del mese, Noi Non Abbiamo Paura. Abbiamo allora chiesto a Cristiana, che conosce bene Manuela, di fare un’intervista per noi di Zebuk all’autrice… La parola allora a Cristiana e alla sua chiacchierata con Manuela! E mille grazie a tutte e due… :)

L’intervista a Manuela

Ciao Manuela! Sono davvero contenta di intervistarti per Zebuk! Noi ci conosciamo da un po’, tu sei ormai una nota scrittrice di libri per ragazzi e mi piace molto il tuo modo di guardare al loro mondo. Nei tuoi libri ciò che più colpisce è questo sguardo, a volte emotivamente molto forte, ma profondamente vero, mai edulcorato sulla realtà dell’infanzia e dell’adolescenza. Penso per esempio a uno dei tuoi primi libri, “Nei panni di Zaff”, edito da Fatatrac, ma anche a uno dei tuoi ultimi per YA, “E sarà bello morire insieme”, edito da Mondadori. Ci puoi dire qualcosa di più, che cos’è per te la letteratura per ragazzi?

È una domanda difficile e di sicuro la mia sarà una risposta parziale e contestabile, ma per me la letteratura per ragazzi è la forma letteraria più alta. Perché è quella che in assoluto deve tener conto del lettore – è in costante dialogo con il lettore – e all’autore richiede sforzi immani per non rompere mai questo legame. Il lettore, in un certo senso, è come un personaggio fuori campo che partecipa alla storia anche se non agisce all’interno di essa.

E inoltre, la buona letteratura per ragazzi sa condensare emozioni complesse in narrazioni apparentemente semplici. La semplicità (apparente) è un obiettivo difficilissimo da raggiungere quando si scrive, costringe a fare i conti anche con la propria anima.

Il tema di questo mese di Zebuk è “Noi non abbiamo paura”, e vuole aprire l’obiettivo sul tema della violenza, quella dei sistemi malavitosi ma anche quella intima, privata, che si perpetua senza clamore tra le mura domestiche, e al coraggio di sottrarvisi per denunciare e ricomiciare a sperare. Il tuo penultimo libro per YA, “E sarà bello morire insieme”, intreccia la storia d’amore travagliata di due ragazzi, Bianca e Manuel, lei figlia di un giudice antimafia, lui figlio sopravvissuto di un boss mafioso. Nella nota finale si evince qual è stata la ragione che ti ha guidato a questa storia, ce ne vuoi parlare?

Certo. Io vivo in terra di camorra. Sono nel basso Lazio ed è da queste parti che otto famiglie di camorristi hanno le case per villeggiare e riciclano i soldi. Nella nota finale parlo di un incontro fatto circa vent’anni fa, a Mondragone, con un ragazzino di otto anni che si comportava da piccolo boss a una festa di bambini, ma che poi alla fine mi ha guardata e mi ha detto, alzando le spalle: “Io faccio il cattivo ma mica lo sono per davvero”.

È stato un episodio che mi ha fatto molto riflettere, insieme ad altri a cui ho assistito vivendo qui o frequentando le città campane, in generale. Ti rendi conto che la camorra non è un agente esterno ma qualcosa di cui ogni cosa è imbevuta e che condiziona le vite di chi nasce a contatto con essa. La scelta fondamentale è: aggredire, o essere aggrediti.

Cosa significa per te scrivere un libro per ragazzi e come procedi? Penso ai personaggi di questo libro, personalmente li ho amati tutti, anche quelli negativi, perchè tutti sono stati tagliati come diamanti, hanno molte sfaccettature, è come se avessero dietro il volto messo in luce, un’ombra che da loro spessore.

Per scrivere un libro, non solo per ragazzi, e immaginare i personaggi, bisogna fondamentalmente smettere di essere se stessi e dimenticare la propria vita quotidiana. Per me scrivere significa proprio avere la possibilità di vivere le vite degli altri. Il mestiere dello scrittore cessa di essere solitario nel momento in cui dà la possibilità di vestire panni diversi e di esplorare mondi anche distanti.

Perciò, prima di cominciare, faccio sempre delle ricerche approfondite sull’argomento. In questo caso, ho letto ovviamente “Gomorra” di Saviano ma ho anche spulciato la rete in cerca di notizie, trovando addirittura siti in cui viene spiegato il gergo della camorra.
Dopo questa immersione, mi dedico alla struttura, cioè alla trama. Solo quando è definita nei particolari e suddivisa in capitoli, solo allora, comincio la stesura vera e propria. È lì che prendono vita i personaggi. E per dare quell’effetto continuo di luce e ombra, è necessario ricordarsi che nessuno è del tutto cattivo o del tutto buono. Che in un ragazzo aggressivo si possono nascondere ferite profonde. Che in una ragazza di buona famiglia può esserci rabbia celata. Forse perché siamo tutti alla ricerca di noi stessi e di un posto nel mondo, costantemente.

Ci sono scene di grande pathos nel libro, mi riferisco in modo particolare a quelle che vedono Manuel e Bianca amarsi in uno dei locali della scuola, a quelle davvero violente nelle quali Manuel deve scegliere se credere ancora di voler salvare l’onore del suo clan o darsi ad una nuova vita per amore di Bianca. Non hai avuto paura che fosse troppo per un libro per ragazzi? La domanda è provocatoria, ma si può davvero scrivere tutto e di tutto in libro per ragazzi? Te lo chiedo anche per approfondire quanto hai già espresso nel tuo portale, Editoriaragazzi.com, a proposito di quella che tu chiami “censura nel mondo dell’editoria italiana” e di cui ti sei resa conto studiando la letteratura per ragazzi di oltremanica durante il tuo soggiorno londinese.

Anche i ragazzi sono fatti di luce e ombra. A otto anni tagliano la coda alle lucertole per vedere che effetto fa. Si spintonano e fanno la lotta per gioco. Sono sempre in bilico su quel baratro che divide il giusto dallo sbagliato, e credo che ciascuno di noi abbia almeno un ricordo della propria infanzia in cui cadere dall’altra parte sarebbe stato facile, o lo è stato davvero.

La lettura dovrebbe essere un modo indolore per cadere nel baratro e uscirne senza graffi, non per negarne la sua esistenza. Sperimentare la caduta attraverso la vita dei personaggi che vivono sulla pagina, permette di riflettere senza esporsi fisicamente. Impedire questa sperimentazione, significa non solo edulcorare la realtà e forzare i ragazzi in maschere inverosimili, ma anche sminuire in modo per me osceno quello che è il compito della letteratura.

Sul problema della censura italiana – ovvero libri stranieri a cui viene alzata la fascia d’età senza motivo – ci sarebbe molto da riflettere. Credo che questa generazione di adulti stia evitando il più possibile ogni tipo di confronto sincero con i ragazzi. Credo che questa generazione di adulti stia preferendo una certa forma di “rimozione”, se non di negazione, rispetto alla realtà contemporanea.

Questo fa male ai ragazzi. La vita si affronta da subito, appena si mette piede al mondo, e non avere delle guide – persone disponibili a un dialogo schietto o libri non censurati – è un mancanza di cui si pagano le conseguenze a lungo. Secondo me.

E il titolo del libro come è nato? Io l’ho trovato davvero pieno di speranza, ma me ne sono resa conto solo arrivando al finale, che non so se possiamo svelare (soprattutto per non privare di sorpresa chi ancora non l’avesse letto), è davvero bellissimo…

È stato un titolo d’emergenza. All’inizio doveva chiamarsi “Il lato buio del cuore” ma non mi convinceva per niente, non dava senso di pericolo o di avventura. Così il mio amico e socio Davide Burattin mi ha aiutata a tirare fuori delle alternative e alla redazione è piaciuto “E sarà bello morire insieme”. È un titolo che piace invece poco ai genitori e agli insegnanti, ma io dico sempre che la morte è tanto affascinante durante l’adolescenza proprio perché sembra così lontana. E quando mi chiedono: “Come mai questo titolo macabro?” mi viene da ridere. Rispondo sempre: “Perché macabro? Se ami qualcuno, se sei veramente innamorato, non metteresti la firma per poter morire nel suo stesso istante, quando sarà il momento?”.
In realtà, poi, come hai accennato, il finale è di speranza, non di tragedia.

L’ultima domanda di rito: a cosa stai lavorando ora? E non mi riferisco solo a progetti-libro, so per esempio che ti sei fatta promotrice di un’Associazione Italiana Scrittori per ragazzi, la prima in Italia, ce ne vuoi parlare?

Al momento sto lavorando all’internazionalità. Sto cercando di portare messaggi di apertura in questo Paese così chiuso su se stesso, a volte così cieco. E una prima iniziativa potrebbe proprio essere quella della ICWA – Italian Children’s Writers Associatiom – che ci vedrebbe riuniti per la prima volta con l’obiettivo comune di farci conoscere all’estero. Negli altri Paesi sono le istituzioni culturali a occuparsene ma da noi la parola “cultura” sembra a volte uno spauracchio, perciò ho pensato che si potrebbe aggirare il problema semplicemente unendo le forze.

Inoltre, con mio fratello Giorgio, sto lavorando ad alcuni romanzi direttamente in inglese. Ma questo non significa che abbia abbandonato i progetti italiani, al contrario…. direi che l’elenco è piuttosto lungo! A cominciare dal corso di scrittura che parte a fine giugno e che mi vedrà alle prese con 14 aspiranti autori per ragazzi.

Grazie davvero Manuela di essere stata con noi…

Crediamo di aver trovato ancora una volta nuovi spunti di riflessione, argomenti da approfondire e temi su cui lavorare. Sono sicura che ne riparleremo insieme, presto, su Zebuk! ;)

Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

6 COMMENTS

  1. “Questo fa male ai ragazzi. La vita si affronta da subito, appena si mette piede al mondo, e non avere delle guide – persone disponibili a un dialogo schietto o libri non censurati – è un mancanza di cui si pagano le conseguenze a lungo”
    Mi trovi perfettamente d’accordo, ce ne sarebbe da discutere.
    Grazie davvero per questa interessantissima intervista: la mia speranza è che la leggano in tanti e che si possano approfondire gli argomenti.

  2. Grazie, grazie davvero per questo contributo.
    E ci sarebbero tante, tantissime cose da dire e approfondire…ecco, magari può essere la “scusa” per una seconda puntata con un secondo guest post :)

    • Grazie a voi per averci ospitato.
      Una delle cose che in questi anni ho notato di più è l’assoluta veste fantasma di cui gode la letteratura per ragazzi in Italia. Pochi ne parlano (e possibilmente sempre pochi e gli stessi e su canali specializzati di non ampia divulgazione), ancora meno ne conoscono. Siamo fermi nella maggioranza dei casi a Bianca Pitzorno e Roberto Piumini, che certo vanno letti comunque, ma c’è davvero tanto tanto di più e non solo in Italia ma all’estero. Ci sono fior fiori di trasmissioni televisive dove vengono invitati altrettanti fiori della letteratura italiana e mondiale, ma nessuno di loro ha scritto per ragazzi. Come se la letteratura per ragazzi non esistesse o peggio fosse in una presunta scala evoluzionistica l’antecedente della letteratura per adulti, che quando crescono passano alle cose serie. La letteratura, che è arte tanto quella per ragazzi che quella per adulti, non può avere barriere. In italia ne ha e questo è in linea con quello che diceva Manuela nell’intervista sulla censura. Preferiamo credere di essere adulti diversi da quelli che realmente siamo e di avere figli, nipoti, alunni diversi da quelli che davvero sono. Mistifichiamo pensando di fare meglio. Ma le considerazioni qui sarebbero davvero estese.

  3. Io credo che quest’intervista ci porterà lontano: io mi rifiuto di pensare che mia figlia non debba conoscere quello che ha intorno, bello o brutto che sia, perché certi contenuti secondo qualcuno “non sono adatti alla sua età”.
    Penso che esista sempre il modo di parlare e di spiegare anche ai più piccoli certe realtà, che si parli di mafia, di droga, di violenza… il modo c’è, va solo trovato quello giusto.
    E la letteratura per ragazzi ha un compito importantissimo, in questo campo…

    Il mio grazie personale va a chi si impegna tanto per portare avanti un obiettivo importante come questo.

  4. Bello, bellissimo!!! Io sono contro censura, almeno sugli argomenti, non ho mai rimandato un argomento difficile, che fosse la morte, le droghe, il sesso, la disabilità, con le mie figlie (anzi, per ora con mia figlia, la più grande, con l’altra sto cercando di farmi ascoltare, ci evolveremo :-) ) ho affrontato sempre tutto. Molte cose le sono sfuggite, le chiederà ancora quando sarà ora. Penso che tutto vada affrontato, ma tutto con delicatezza e buonsenso. Però la censura no, o almeno non per gli argomenti a priori, il come è altra storia.

    • Concordo.
      Tutti gli argomenti, anche i più spinosi, possono essere affrontati con i bambini e i ragazzi.
      Occorre trovare il linguaggio giusto, certo.
      Ma chiudere gli occhi ed ignorare non è mai la soluzione.

Rispondi