Dopo aver letto “Cosa fare delle nostre ferite” mi sono incuriosita e ho preso questo libro della stessa autrice e anche questa volta non farò una recensione classica ma una raccolta di stralci e citazioni in ordine assolutamente sparso , perchè nemmeno la narrazione segue un ordine sequenziale , ma frase dopo frase l’autrice ci svela la sua storia e il suo percorso attraverso l’ anoressia e il difficile rapporto con il padre .
Ma io non lo giudico per questi ideali. Papà doveva averne bisogno per proteggersi. Ognuno fa quello che può per soppravvivere. Anche se per vivere veramente si deve poter trovare il coraggio di attraversare l’oscurità dei propri desideri … e aspettare che la luce filtri attraverso la fessura della porta … un suono, un colore, il gusto del frutto proibito …
Quello che però non riesco davvero a perdonargli è di non aver mai voluto rimettersi in discussione. Nemmeno quando il castello di carte è crollato.Provate solo per qualche istante a pensare cosa vuol dire avere la sensazione di doversi sempre giustificare. Provate a immaginare cosa può voler dire avere il sentimento di dover fare sempre qualcosa per dare senso all’esistenza, la certezza di non arrivarci. Che gli altri lo fanno meglio. Che voi non valete nulla, non servite a nulla, non avete alcun valore.
In quei momenti, non è la morte che fa paura . E’ la vita. Perchè la morte è solo una liberazione da quell’incubo che ti annienta …Se ci fossero veramente delle regole , non sarebbe così difficile uscirne. Il vero problema è capire che cosa non si accetta , perchè non lo si accetta. Non è mica una questione di apparenza …. E quando si comincia a cercare dentro, si scatena la guerra ….
Ci è voluto tanto tempo per imparare ad anadarmene e a dire “no”. Mentre capivo che dietro l’anoressia e tutto il resto c’era sempre la stessa storia. Il bisogno di essere accettata. Il terrore di non esserlo. Essere disposta a tutto, anche a farmi del male da sola, pur di sentirmi “importante” per l’altro.
Anche se per l’altro in fondo non ero nulla.Credo che amare significhi accettare l’altro nella sua differenza. Dargli la possibilità di essere libero di esprimere se stesso. Sapere che è sempre altro rispetto a quello che vorremmo che fosse.
L’anoressia non è come un raffreddore. Non passa così, da sola. Ma non è nemmeno una battaglia che si vince. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. Io non sono morta. Oggi ho quarant’anni e tutto va bene. Perché sto bene. Cioè… sto male, ma male come chiunque altro. Ed è anche attraverso la mia anoressia che ho imparato a vivere. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente.
Ama il prossimo tuo come te stesso…è una frase che tutti conoscono..eppure nessuno, o quasi, insiste sufficientemente sulla seconda parte. Come te stesso..dove il “come”, una parola apparentemente banale, è la parola chiave, perchè è sempre da lì che nasce la relazione e perchè la cosa più difficile è amare sè stessi…”
Ho lasciato la presa e da lì sono potuta ripartire, da quella consapevolezza sottile e fragile di poter essere anch’io “altro” rispetto alle esigenze del “dover essere.
Michela Marzano
Mondadori, 2011, p. 208, €. 17,50
Disponibile anche in ebook a € 9,99
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About Elisa
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mi incuriosisce molto, grazie!