Una valigia di libri: Siria, una guerra dimenticata

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Poche parole per presentarvi il post di oggi, scritto dalla nostra amica Cristiana Pezzetta, che abbiamo presentato qui. Dopo aver letto il suo libro, Sorelle di carta, dedicato ai ragazzi ma perfetto anche per i più grandi, le abbiamo chiesto di parlarci del dramma che si sta consumando in Siria e di consigliarci qualche libro per approfondire l’argomento. Questo il suo bellissimo racconto. Grazie, Cristiana, da tutti noi! [la redazione]

Quando quotidianamente cerco informazioni sulla guerra in Siria la mente mi si affolla di immagini, di ricordi, di volti, di storie. Ho lavorato in un villaggio a 25 km a sud-est di Idlib, Mardikh, in un’importante missione archeologica italiana, per più di 10 anni. Penso ad Ahmed Ajali, un vecchio operario dagli occhi verdi, che mi ha insegnato la devozione al lavoro, l’umiltà dell’attesa e la pazienza nella difficile abilità di riconoscere i mattoni crudi in quello che sempre a occhi inesperti appariva solo come un’ampia distesa di terra. Penso alla piccola Sara, prima figlia di Zeheye, una delle ragazze della famiglia Abu Abdou, l’ho tenuta in braccio quando era minuscola e sua madre era poco più che una ragazzina. Penso a Jamal, il gioielliere del suk di Aleppo, con un angioma che gli ricopriva parte della guancia e tutto l’occhio sinistro, quello con il quale faceva l’occhiolino, quando finalmente il nostro turno stava per arrivare. Aspettavamo entrambi che tutti i turisti, arrivati come cavallette nel suo bugigattolo, passassero comprando senza parlare, con troppa fretta, e a volte anche senza neanche alzare lo sguardo. Solo allora Jamal finalmente si dedicava a noi, ordinava un chai bollente e zuccheroso, un’aranciata, e tirava fuori da sotto il banchetto, quello che sapeva, ci piaceva anche solo tenere tra le mani, provare, conoscerne l’origine: i gioielli beduini. O ricordo ancora un medico siriano, che aveva studiato a Bologna, e che parlava con perfetta cadenza bolognese, mentre ci mostrava il volo dei suoi falchi. O una giovane e bravissima architetta dell’Università di Damasco che era venuta a fare tirocinio nella missione, disegnando mura di palazzi di quella antica civiltà di cui anche lei era erede.

La Siria ha rappresentato ed è tutt’ora per me la mia altra patria, quella nella quale ho sperimentato, coltivato e maturato la mia costruzione identitaria, messa in dialogo con l’Altro, fuori di me e dentro di me. Scrivo questo post perchè vorrei che della Siria in questi momenti si parlasse, preferibilmente senza stereotipi e con cognizione di causa. Vorrei non dover più ascoltare solo opinioni stanche e corrose dall’abitudine all’esposizione mediatica dei tanti conflitti che abitano il nostro pianeta. Mentre ce ne stiamo comodamente seduti a fare zapping davanti alla TV, cogliendo solo a tratti la drammaticità di alcune immagini, dalle quali il più delle volte preferiamo distogliere lo sguardo, a poche ore di aereo da noi ci sono persone che vengono torturare e uccise in ragione del proprio diritto alla libertà di espressione e al fatto di aver imbracciato le armi per poter rivendicare tale diritto.

Cosa possiamo fare noi allora? Comprendere, conoscere, documentarci, ma soprattutto sospenderci dal giudizio frettoloso e annoiato, nel rispetto di vite umane che muoiono ogni giorno nella lotta per la conquista del proprio diritto ad una forma di governo democratico.

Per questo ho scelto quattro libri, per me imperdibili, che se vorrete, vi guideranno a comprendere non solo le radici del conflitto armato che in queste ore, sotto il silenzio tombale del resto del mondo, sta devastando la popolazione civile siriana, ma vi aiuteranno a togliere un sottile velo che ricopre da centinaia di anni la nostra, piccola, particolare, esclusiva e inattendibile visione del Medio Oriente.

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Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente – Edward Said (Universale Economica Feltrinelli – 2001)

Uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1978 e in Italia nel 1991, rappresenta un’opera critica di grande respiro, nella quale l’autore studia e mette in luce gli stereotipi con i quali l’Occidente ha creato, attraverso l’Orientalismo, complessa e articolata corrente culturale, plasmatasi nelle produzioni storico-letterarie delle potenze colonialiste europee del XIX sec., la propria visione dell’Oriente, tesa a costruire, in un gioco di opposizioni identitarie, la supremazia della cultura occidentale su quella orientale. L’Oriente (un altrove a est dell’Europa) viene corretto, penalizzandolo, per il semplice fatto di trovarsi al di fuori dei confini della società europea, del nostro mondo; l’Oriente è così orientalizzato, trasformato cioè in una provincia sottoposta alla potestà orientalista, spingendo inoltre il lettore comune occidentale ad accettare le codificazioni degli orientalisti, come fossero il vero Oriente. – (pag. 73, ed. Economica Feltrinelli, 2001)

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Siria. Dagli Ottomani agli Assad – Lorenzo Trombetta (Mondadori Università – 2013)

Uscito nella primavera del 2013, e subito nel marzo del 2014 aggiornato con una nuova edizione, costituisce un testo storico imprescindibile per chi vuole approndire la storia della Siria contemporanea nella ricerca delle radici della guerra attuale che sta devastando il paese dalla primavera del 2011. Un testo che, a partire dal prologo, dove l’autore mostra la difficoltà di fare informazione in un contesto geografico, sociale e politico come quello della Siria, conduce ad un’analisi, serratamente documentata, dalla Siria post dominazione ottomana, alla Siria, terreno di occupazione coloniale; dalla Repubblica Araba Unita (RAU) di Nasser, all’ascesa del partito Ba’, il Partito Arabo Socialista, di cui Hafez al-Assad, generale dell’aviazione militare, divenne uno dei massimi esponenti; dal colpo di stato militare che nel 1971 portò lo stesso Hafez al-Assad al potere della Repubblica Araba di Siria, al consolidamento del dominio della sua famiglia, con il nuovo governo di Bashar al-Assad, fino all’attuale guerra. Kilu, che preferisce definirsi «cittadino siriano» e tralasciare la sua identità cristiana, attribuisce alla politica del regime baatista la responsabilità di aver approfondito le divisioni confessionali nella società siriana. «Il confessionalismo – scriveva nell’agosto del 2012 – non è emerso sotto il Ba´at, ma si è sviluppato grazie alla sua politica. Questo è il problema che oggi dobbiamo affrontare: un presunto partito laico che si è basato sulla confessionalizzazione dello Stato, del governo e delle sue istituzioni, per salvare la pelle in caso il popolo gli si fosse rivoltato contro. E che ora cerca disperatamente di utilizzare i rancori confessionali che ha alimentato negli animi, per spezzare l’unità del popolo e trasformare la lotta per la libertà in un folle conflitto confessionale tra siriani (pag. 199-200). La guerra siriana non è dunque una guerra civile, nè tantomeno una guerra di religione, nella quale si ammazzano brutalmente i cittadini siriani perchè le varie confessioni, alawita, sunnita, sciita, drusa, cristiana, non sanno convivere pacificamente insieme. È qualcosa di più e soprattutto qualcosa di diverso. I primi disordini sono scoppiati in conseguenza di dimostrazioni pacifiche (ovviamente non autorizzate, in seguito alla legge che dal 1962, vieta e reprime nel sangue, qualsiasi forma di protesta). Migliaia di pugni si alzano e si abbassano ritmicamente allo scandire dello slogan dei primi sei-sette mesi della rivolta: «Silmiyye! Silmiyye!» (Pacifica! Pacifica!). L’eccezionale mobilitazione popolare non violenta che a partire dalla primavera del 2011, ha riempito le strade della Siria è sembrata nascere dal nulla, ma aveva radici profonde. È frutto di esperienze condotte in passato da cittadini comuni, studenti universitari e liberi professionisti, attivi per lo più nelle depresse periferie di Damasco e Aleppo. Il viaggio comincia a Daraya, sobborgo della capitale, dove vent’anni fa si realizzò uno degli esperimenti sociali e culturali più significativi e che nell’agosto del 2012 è stato teatro di un orrendo massacro di civili da più parti attribuito alle forze lealiste. Testimonianze concordanti riferiscono del ritrovamento di oltre duecento corpi, tra quelli di donne, bambini e anziani, giustiziati sommariamente all’alba dell’ultimo giorno dell’operazione militare (pag 220). L’analisi puntuale di questo libro offre la possibilità di varcare la soglia delle facili oponioni, a vantaggio di una ricostruzione storica e soprattutto di un tributo onesto e doveroso agli oltre 150.000 siriani morti fin’ora.

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La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane – Mustafa Khalifa, Castevecchi editore

Di questo libro mi è difficile dire, o riportare brani. L’autore e protagonista della storia, Mustafa Khalifa, partito dalla Siria agli inizi degli anni ’80 per studiare a Parigi, decide, per amore della sua terra, di tornare dopo sei anni. Non osa neanche immaginare cosa lo attende. Appena atterrato viene immediatamente prelevato e portato in carcere con l’accusa di essere un Fratello Musulmano. A nulla valgono le sue dichiarazioni di estraneità, tanto più che la sua è una famiglia cristiana. Inizia così il lungo, implacabile, aberrante viaggio nei territori del Male, in un calvario che durerà tredici anni. Assuefatti come siamo ormai al regno veloce delle immagini, che ci preserva dall’orrore di fissare lo sguardo troppo a lungo, le parole scritte di questo libro sono invece fotogrammi che restano fissi, incisi nel sangue dell’uomo che ha trascorso tredici anni nella più infernale delle prigioni siriane, quella di Tadmor, sottoposto a inenarrabili torture. La visione del dolore fisico, dell’umiliazione psicologica, mi hanno costretto più volte a chiudere le pagine del libro. Potevo farlo, dovevo farlo per riprendere fiato e continuare a respirare. Non ha potuto e non ha voluto chiudere Mustafa Khalifa, per il quale scrivere sul nastro della memoria gli orrori di cui è stato vittima, gli ha consentito di sopravvivere fino alla sua scarcerazione, lasciando che al setaccio della scrittura filtrasse ancora e sempre la radice umana del suo essere. Un libro drammatico, che tuttavia non si può non leggere, perché è una testimonianza della violazione dei diritti umani, che era strumento di potere ben prima della primavera del 2011 e che continua in questo stesso istante ad essere perpetrata contro tutti coloro che si oppongono, anche pacificamente, al regime. In un discorso, tenuto in occasione della presentazione del suo libro presso la società Dante Alighieri di Roma il 14 febbraio del 2014, e riportato qui, Mustafa Khalifa afferma quanto segue:

Tuttavia lo stupore è grande dinanzi al silenzio tombale di quella che possiamo chiamare la coscienza internazionale, ossia quel gruppo di persone che si oppone ai crimini compiuti fuori e dentro i confini del proprio paese: dalla guerra del Vietnam fino ad oggi. Faccio riferimento ai pensatori, ai filosofi, ai poeti, agli artisti, agli scrittori, ai vincitori del premio nobel, ossia a tutti coloro i quali compongono questa coscienza del mondo che si è opposta, in passato, a qualsiasi crimine mondiale. Si parlavano a vicenda, si riunivano, emettevano comunicati di condanna per tutti quei crimini di cui dovrebbe vergognarsi l’umanità. Nonostante sia improbabile che la loro azione produca cambiamenti effettivi, essi rappresentano comunque una pressione morale forte fornendo una qualche speranza che l’umanità sia ancora viva. Quella dei civili siriani è una grande questione umanitaria che merita la nostra attenzione, da parte di tutti. Non solo da parte di quegli uomini, quelle donne e quei bambini coraggiosi. C’è bisogno di un movimento, di un’iniziativa da parte della coscienza del mondo. L’eco di queste voci non si è ancora udito abbastanza forte.

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Collera e Luce. Un prete nella rivoluzione siriana – Paolo Dall’Oglio, EMI edizioni

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita missionario, da più di trent’anni in Siria, ha realizzato, con il restauro del monastero abbandonato di Mar Musa, nel deserto a nord di Damasco, e con la fondazione di una comunità monastica votata al dialogo interreligioso, uno degli esperimenti più luminosi di dialogo islamo-cristiano. Paolo D’Oglio, accolto all’inizio della sua missione a braccia aperte da parte del regime di Assad, come segno di una patina di tolleranza nei confronti di altre confessioni religiose, quando la sua voce è diventata parola di dissenso è stato diffamato, con l’accusa di essere affiliato ad Al-Qaeda, e poi espulso dal paese. Ma il suo amore per la Siria e l’urgenza della sua missione l’hanno portato a rientrare clandestinamente nel paese, dove è stato rapito il 29 luglio 2013. Di lui non si sa più nulla, tranne occasionali e non verificabili voci del suo essere ancora in vita. Il libro risuona della sua voce decisa e chiara, che mette in discussione fin dentro i nostri comodi rifugi di perbenismo:

Siamo stati abbandonati dagli Americani. Quanto all’Unione Europea, ha deciso di rifuguarsi dietro i ripetuti veti russi e cinesi per fare il meno possibile. Il resto del mondo ha altri problemi, e si nasconde dietro al concetto, tanto caro ai Russi di autodeterminazione dei popoli, anche attraverso la forza delle armi di una dittatura e la repressione. Stiamo arrivando a ottantamila morti (ora mentre scrivo sono stati superati abbondantemente i centocinquantamila), quasi cinque milioni di persone sono rifugiati e profughi interni, l’infrastruttura economica è distrutta, centinaia di migliaia di persone sono state torturate e incarcerate. Bombardati dal cielo con i missili e dall’artiglieria pesante, siamo un popolo che ha perso tutto. Ci hanno messo in una condizione di disperazione… Se è vero che credo nell’azione nonviolenta, nella sua efficacia e nel suo valore morale, non credo invece al diritto di giudicare l’opzione di autodifesa armata delle vittime di un regime torturatore e liberticida come questo, in un’indefferenza mondiale totale. Quelli che all’interno della Siria, adottano delle iniziative nonviolente offrono alla nostra lotta un orizzonte di redenzione finale, a fronte della deriva della violenza, che invece punta verso una ciclicità maledetta. Ma se l’azione nonviolenta o, più esattamente, l’inazione vuole giustificare l’assenza di sostegno internazionale ai democratici siriani, prendendo a pretesto la loro supposta violenza, allora io non vedo nient’altro, in questi bei sentimenti, che uno snobismo morale, che in una visione manichea della realtà abbandona il mondo al potere dei malviventi.

Nella speranza che il grido di dolore dei siriani giunga profondo a scuotere le coscienze di molti e che l’Occidente non rimanga inerte a aspettare.

Ph. credits: SomanNadavspi

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