L’isola di Arturo, Elsa Morante

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Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene, che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell’antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.

La storia di Arturo non sembrerebbe adatta al tema che stiamo affrontando in questo periodo: la donna. Perché parlare di un ragazzo, allora? Perché raccontare la vita di un bambino che non ha conosciuto sua madre, che è stato cresciuto da un uomo con latte di capra, che aveva occhi e cuore solo per i ritorni – fugaci – del padre, che aveva imparato da lui e dal protettore di suo padre a detestare le donne?
Perché in questo romanzo la donna c’è, anche quando è negata. Perché c’è e si sente più di ogni altra cosa proprio quando viene trattata nel peggiore dei modi, rifiutandone l’amore, i sentimenti, l’esistenza stessa.

L’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.

Ignoro proprio tutto di Elsa Morante e mi avvicino a lei per caso, perché come spesso mi accade un titolo mi chiama e mi sorprende sul banco della biblioteca: L’isola di Arturo (Premio Strega nel 1957) è lì, è il suo momento.
Fin dall’inizio una sensazione forte: Arturo – cresciuto solo e con appena l’ombra di qualche uomo vicino – parla e si esprime e vive con tutta la sensibilità e la delicatezza di una donna. Capisco che lo abbia immaginato proprio una donna, ma questo non basta a giustificare la mia sensazione… Poi cerco in giro e scopro che lei, scrittore, come preferiva definirsi, cominciò a raccontare di Arturo per placare il suo grande desiderio di essere un ragazzo. Ecco l’arcano. Arturo è Elsa, o almeno una parte di lei.

Seguire Arturo nelle sue giornate solitarie, tra libri che parlano di grandi eroi e miti leggendari, viaggi in barca per fuggire da tutto quell’isolamento, ti fa capire quanto sia importante quell’amore vero: Arturo è cresciuto solo e non sa niente del mondo, ha dormito sempre da solo, ha mangiato da solo, ha vissuto anni interi in una grande casa da solo, ha passato i suoi primi 16 anni nella completa assenza di altri esseri umani, tranne che per le sporadiche visite di suo padre, mitizzato al punto da giustificargli anche il non amore. Un’adolescenza da favola, insomma… :/
E il solo sapere che ci siano famiglie che vivono insieme, che dormono insieme, che mangiano insieme, la sola presenza di una donna – la giovanissima matrigna Nunziatella – in quella casa, la “casa dei guaglioni”, interdetta da sempre alla presenza femminile e dedicata unicamente agli uomini, lo sconvolge e gli insegna che c’è un altro intero universo che lui proprio non conosce: la donna.
Romanzo di formazione che di solito il prof ti fa leggere a scuola quando proprio non ne hai alcuna voglia, lo leggo ora per la prima volta, ad un’età in cui la formazione dovrebbe essere già completamente avvenuta, e mi porta tante scoperte e tante conferme che non avrei creduto.

Ancora alcune parti devono essere digerite e meditate ma il sapore salato che lasciano la storia di Arturo e della sua isola (e del suo isolamento) è più che prezioso: è sale che cura, che insegna.

L’isola di Arturo
Elsa Morante
Einaudi, 2014, € 11,05
ISBN: 978-8806222642

Per acquistare:

Photo : miomyitaly.com

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Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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