Luana Troncanetti intervista Salvatore Basile

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Ritornano su Zebuk le interviste di Luana Troncanetti, amica di Zebuk e autrice anche lei (abbiamo appena recensito un suo romanzo, qui). Dopo Antonio Manzini e Patrizia Rinaldi, oggi vi proponiamo la sua intervista a Salvatore Basile, autore di Lo strano viaggio di un oggetto smarrito. Buona Lettura!

“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” è il romanzo d’esordio di Salvatore Basile. Definire “esordiente” un professionista con venticinque anni di esperienza di scrittura alle spalle è un ossimoro, eppure lui questo è: un esordiente incredulo e commosso dal successo di un libro che sta conquistando lettori e collezionando pareri entusiastici ovunque, in primis all’estero.

“Una favola possibile”, sento spesso definire così un lavoro che mi ha invece toccata per altri motivi: io credo che l’abilità più grande di Basile non sia raccontare l’amore, quello salvifico per sciogliere nodi irrisolti dell’anima, ma il dolore.

“Poi c’era il sabato e ogni sabato una donna diversa, che lui pagava per stargli accanto, per sopportare la sua barba ruvida e la puzza di vino delle sue parole oscene. Io mi chiudevo in camera e cercavo di studiare. Ma sentivo gemiti e bestemmie che esplodevano sul vostro letto, la rete sotto il materasso che cigolava. Poi arrivava il silenzio, e col silenzio il sollievo…”

Soltanto uno dei ricordi di Michele, un trentenne da troppi anni orfano di risposte e, in un certo senso, anche di madre. La donna lo abbandona senza una parola quando lui è ancora un bambino, appena sette anni. Michele diventa così un oggetto smarrito, come le cose dimenticate sui treni che raccoglie per riempire spazi vuoti.

Se ne prende cura in modo maniacale, ossessive sono anche le abitudini che lo imprigionano in una casa a due passi dalla stazione ferroviaria in cui lavora. Protetto da quelle mura, resta bambino e vegeta con una domanda straziante nel cuore: “E’ stata colpa mia?”.

Quando subiamo un abbandono, un torto pesante, un dolore, credo che difficilmente si riesca a concentrarsi sulla persona che l’ha causato e sulle sue ragioni; motivi a volte perdonabili, per quanto difficile possa essere. Scatta invece un altro meccanismo ancora più doloroso: il pensiero che possa esserci una parte di colpa in tutto ciò. Nostra, non di chi ci infligge quella sofferenza. Sono convinta che il tema più potente del romanzo di Salvatore, quello davvero universale, sia la possibilità di trovare finalmente risposta ai nostri perché.

Questa sua capacità di scandagliare il dolore, grazie anche a un corollario di personaggi secondari che trasformano le difficoltà in nuove occasioni di vita, è un registro che mi ha letteralmente incantata. Più dell’aspetto sentimentale del romanzo, più della tenerezza con cui ci racconta la metamorfosi di Michele che riprende a vivere grazie a Elena.

“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” è soprattutto una storia di coraggiose partenze e ripartenze. E’ la scoperta di verità mai immaginate, perciò così consolanti. Se mi chiedessero di riassumerlo in poche parole, sarebbero queste: “Balsamico, come una risposta attesa per troppo tempo.”

Ho il piacere di conoscere molto bene Salvatore, è una delle pochissime persone al mondo che posso definire “amica”, una parola sacra per me. Posso quindi utilizzare un tono confidenziale, invece di servirmi di un più ingessato“lei”, per rivolgergli qualche domanda.

Hai pubblicato il tuo primo romanzo alla soglia dei sessant’anni, nonostante la tua enorme esperienza di scrittura alle spalle. Mi racconti il perché?
Questa domanda contiene due risposte e mi conferma, ancora una volta, quanto in realtà sia subdola l’intervistatrice che ormai conosco come la mia tasca sinistra. La prima risposta è che sono un uomo in perenne ritardo da sempre. Ho iniziato a scrivere sceneggiature a 36 anni, a fumare a 41… tutto in ritardo. Forse, dovevo attendere un bel po’ prima di approcciare un romanzo. La seconda è che almeno un pregio me lo riconosco: quello di fare le cose quando proprio non posso più farne a meno e, quindi, diventano urgenti. L’urgenza equivale a una sorta di “autenticità” che ti pulsa dentro. Ecco, scrivere “Lo strano viaggio…” era diventato urgente.

Quanto sei stanco, da uno a dieci, della domanda: “Signor Basile, mi spiega la differenza fra sceneggiatore e scrittore?”
Non ho capito la domanda. (comunque 11)

E, poiché l’ho nominato: lo sceneggiatore è stato un compagno di viaggio molesto durante la stesura del romanzo o, tutto sommato, non avete litigato più di tanto?
Diciamo che, dopo le prime insistenze, lo sceneggiatore si è messo in un angolino a ronfare. Diciamo anche, a onor del vero, che ogni tanto l’ho risvegliato per farmi dare qualche consiglio sulla progressione drammatica della storia.

Hai per caso un rimpianto nel cassetto? Un libro che avevi iniziato a scrivere e che non hai mai pubblicato?
Ho mille rimpianti. E sono tutti riferiti alle cose che non riuscirò a fare o a scrivere. Ai libri che non riuscirò a leggere, alle persone che non riuscirò a incontrare, alle storie che non mi verranno in mente. A tutto ciò che non riuscirò a vedere né a capire. A prescindere.

“Le abitudini fissano il mondo e la vita in un fermo immagine”, è una delle frasi che mi hanno colpito di più nel tuo romanzo. Mi dici quali sono le abitudini alle quali non riesci a rinunciare?
Sono tante, troppe. Il caffè al mattino, accompagnato da due sigarette (una durante e una dopo); la lettura dei giornali; tergiversare con mille scuse prima di iniziare a lavorare; fare la doccia prima di andare a letto; aggiungere il peperoncino piccante quando cucino; attraversare la strada per accarezzare un cane; calciare qualunque pallone mi trovi davanti; sentirmi solo alle feste, anche le mie.

“Qualsiasi cosa contiene tutti i colori. Noi vediamo solo il colore che questa cosa respinge”, lo dice la tua deliziosa Elena a Michele. Come ci si difende dai daltonici e dagli analfabeti affettivi?
Ormai ho imparato che non esiste difesa. Anche se li ignori, incidono. Non so come facciano, ma incidono.

Il dolore, uno dei temi che a mio avviso hai saputo raccontare meglio. È possibile sfruttarlo come occasione di rinascita solitaria, oppure è indispensabile che una terza persona ci aiuti a superarlo e vincerlo?
Come in ogni cosa della vita, non esiste una regola. Però credo sia un’impresa che ognuno compie da solo. Anche se c’è una terza persona ad aiutarti, quella persona, in fondo, te la sei cercata o hai fatto in modo di incontrarla. Oppure l’hai rincorsa. Insomma, tutto parte da noi.

Erastos è un personaggio che amo molto, uno dei tuoi incantevoli cameo nel romanzo. Posso strapparti la promessa che ci racconterai ancora di lui, in un modo o nell’altro?
Non so quanti altri romanzi riuscirò a scrivere. Ma ti assicuro che Erastos ci sarà.

So che hai l’abitudine di far leggere in anteprima i tuoi scritti a colleghi e amici. Un’attività più consona a un esordiente che a una persona che ha costantemente la penna in mano. Perché un uomo che scrive da venticinque anni fa una cosa come questa?
Perché se fai questo lavoro non puoi non sentirti insicuro (e ti prego di notare il mirabolante uso della litote). Si vive nel dubbio, nel timore di sbagliare, di non essere mai all’altezza. Una volta, Gigi Proietti mi ha detto una cosa del genere, che riguardava il suo modo di vivere il lavoro: “Ricordati che nel momento in cui pensi di essere bravo sei finito. Tu e il poco che credi di saper fare.” È stata una grande lezione. Oltre a questo, vivo sempre nel terrore di essere smascherato e preso a calci nel sedere da quelli che sanno scrivere davvero. Non lo dico per finta modestia, è così. E lo trovo molto sano e saggio. Quindi ho bisogno di confrontarmi, vivo di consigli e suggerimenti. E di critiche. Quando mi dicono che una cosa che ho scritto non funziona, potrei innamorarmi: vuol dire che mi vogliono bene e che mi stanno aiutando a migliorare.

Mi confermi che è complicato far comprendere a familiari e amici che scrivere è un autentico lavoro, persino per uno come te?
“La cosa più difficile nella mia vita è stata far capire a mia moglie che, mentre ero affacciato al balcone, stavo lavorando.” Non ricordo chi l’abbia detto, ma è terribilmente vero. È un lavoro durissimo, faticoso, però (diciamo la verità) è comunque un lavoro privilegiato. Il sogno di molti. Forse è per questo che alla fine possa risultare difficile da comprendere che sia un lavoro e non un astruso passatempo.

Hai avuto un’idea strepitosa, quella del quaderno rosso che tiri fuori al momento del firma copie. Ci racconti in cosa consiste?
Quando è uscito il libro sono arrivati anche i primi appuntamenti nelle librerie per le presentazioni. Mi sono immaginato a firmare le copie del romanzo e ho avuto un brivido. Scrivere una dedica a qualcuno senza conoscerlo: come si fa? Cosa gli scrivi? Fai la “star” che firma autografi? Non esisteva proprio. E allora ho deciso di pareggiare i conti. Io scrivo una dedica al lettore e il lettore ne scrive una a me sul quaderno rosso. Entrambi portiamo a casa la calligrafia e un pensiero, l’uno dell’altro. 1 a 1 e palla al centro.

Prenditi in giro: trasformati in presentatore da televendita e illustrami perché qualcuno dovrebbe acquistare “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”. Utilizza enfasi, iperboli, strabilianti offerte “3×2 soltanto per oggi, affezionati telespettatori!!!” come se non ci fosse un domani.
Perché se vendo tantissime copie, guadagno molti soldi, mi monto la testa, mi convinco di essere bravo e quindi comincerò a scrivere schifezze inenarrabili, nessuno mi pubblicherà più e potrò dedicarmi finalmente alla pesca a strascico, com’è giusto che sia.

Ringrazio Salvatore Basile, aspirante pescatore, per gli amici Sasà, di essere stato qui a chiacchierare insieme a me. Il suo romanzo è ‘a chiav’ ‘e ll’acqua, così dicono a Napoli. Cosa significa, me l’ha insegnato proprio lui.

Luana Troncanetti

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