Zebuk intervista Giulia Beyman

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Ciao Giulia, poco tempo fa su zebuk abbiamo recensito il tuo libro La sposa imperfetta e ci è venuta voglia di farti qualche domanda.

Prima di parlare un po’ della genesi del libro ci piacerebbe che ti presentassi ai nostri lettori raccontando un po’ di te. Sei stata giornalista, redattrice e anche sceneggiatrice: quando hai capito che scrivere sarebbe stato il tuo lavoro da grande?

Ho sempre amato scrivere, ma quando ero ancora una giovane studentessa che doveva decidere “cosa farò da grande?” mi sembrava un progetto troppo ambizioso. Guardavo a questo lavoro con un’ammirazione reverenziale. Quindi all’inizio ho fatto qualsiasi altra cosa, per cercare la mia strada. Mi sono persino iscritta alla facoltà di architettura, e a un corso per stilisti… Poi una persona con la quale tra l’altro non avevo un buonissimo rapporto mi ha praticamente costretta a iscrivermi a una scuola di giornalismo. E da lì è partito tutto. Tanti piccoli passi uno dopo l’altro, per mettermi alla prova, e per imparare. Ancora oggi considero una grande fortuna che qualcuno, in quel preciso momento, mi abbia costretto a prendere atto della mia passione per la scrittura. Probabilmente ci sarei arrivata lo stesso, ma ci avrei messo molto più tempo e molta più infelicità. Perché è questo che succede quando viviamo facendo delle cose che non ci piacciono: diventiamo infelici.

La sposa imperfetta è l’ultimo libro della serie Nora Cooper, una serie che ora muoio dalla voglia di leggere tutta! Raccontaci come è nato il personaggio di Nora.

Sono felicissima che Nora abbia trovato nuovi amici! Per quanto riguarda la genesi del suo personaggio, in realtà all’inizio avevo pensato a lei come protagonista di una serie televisiva, quindi aveva caratteristiche un po’ diverse. Viveva in Italia ed era sposata a un poliziotto italiano. Non era un’agente immobiliare, ma un’insegnante. C’era sempre, comunque, questo suo contatto con il soprannaturale. Conoscendo Nora sempre meglio, mi sono affezionata a lei e mi è venuto il desiderio di farne qualcosa di diverso, e soprattutto, per avere più libertà, di trasformarla nella protagonista di un libro. Tutti gli altri dettagli che la riguardano mi si sono chiariti nella stesura del romanzo. I personaggi hanno già una loro vita e spesso non chiedono che di prenderci per mano e guidarci. Quando Nora è diventata la protagonista di “Prima di dire addio”, non credevo che avremmo continuato a frequentarci ancora per tanti anni. E invece stiamo per imbarcarci nel settimo episodio della sua serie.

La sposa imperfetta parla di una donna scampata ad una violenza e a un tentativo di omicidio e di come sia difficile ricostruirsi una vita. Come nascono le tue storie? Ti ispiri anche ai fatti di cronaca?

In genere nascono da una suggestione che può arrivare da qualsiasi parte. Dalla cronaca, dalla vita reale, da un sogno. Questa suggestione riguarda soprattutto lo stato emotivo del personaggio principale e dà poi origine al plot. È soprattutto il percorso umano che mi interessa, quel movimento vitale, davanti a un momento di crisi profonda, che ci permette di diventare qualcosa di diverso, qualcosa di più. A tutti noi piace ritrovarci in situazioni confortevoli, e prevedibili, ma questo il più delle volte ci impedisce di crescere e di sperimentare tutti i colori dell’esistenza.

Nei tuoi romanzi i fantasmi svolgono un ruolo importante, sono ambasciatori di notizie e mettono in guardia Nora. Tu credi nei fantasmi o hai mai avuto un’esperienza o un contatto con loro?

Le storie che scriviamo prendono vita in una parte di noi nella quale spesso non abbiamo un immediato accesso. Quando ho scritto di Nora non avevo una posizione molto definita sul rapporto vita/morte, e sull’esistenza o sulle modalità di manifestazione del mondo degli spiriti. Ma subito dopo è cominciato a cambiare qualcosa… Tra l’altro proprio nel periodo in cui usciva il primo libro della serie è mancata mia madre, alla quale ero molto, molto legata. È stata un’altra, importantissima, spinta a farmi domande sul senso della vita, e su cosa ci sia “dopo”. Nei miei libri affronto questi temi con molta leggerezza, ma per quanto mi riguarda sono arrivata a credere che quella spirituale sia solo un’altra dimensione, parallela a quella fisica. E che, se stiamo attenti, possiamo coglierne molti segni intorno a noi.

Martha’s Vienyard, Cabot Cove e la città di Stephen King: sono questi i luoghi in cui è ambientato La sposa imperfetta. Li hai mai visitati di persona?

In realtà non li ho (ancora) visitati di persona, e scriverne mi costringe a un serio, ma anche piacevole, lavoro di ricerca… Ringraziando il cielo, internet, oggi fornisce tanti preziosi strumenti per questo. Dal punto di vista dell’economia del lavoro, forse sarebbe stato più facile scegliere altri posti, ma ho sentito che era lì che i libri dovevano essere ambientati e l’ho fatto. La scrittura e la lettura sono il luogo della fantasia, e credo che non bisogna imporsi troppi limiti.

Giulia, tu scrivi thriller: a quali autori ti senti più vicina e quali ti piacciono di più?

Diciamo che i miei gialli sono abbastanza ‘soft’ e che in genere questo è anche il mio gusto nelle letture. Comunque ho amato molto i primi romanzi di Mary Higgins Clark e mi sono piaciuti alcuni romantic suspense di Nora Roberts. Per il resto, compro Carol O’Connel, Charlotte Link, Patricia Cornwell, Michael Connelly. Ma in genere leggo tutto ciò che per qualche motivo mi incuriosisce. I miei tre libri preferiti sono da tempo “La storia” della Morante, “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza e “Galindez” di Montalbàn. Quindi, non solo gialli.

Hai già in mente il tuo prossimo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?

Ci sarà sicuramente una nuova storia di Nora, ma sto girando intorno ad alcune idee e non ho ancora punti fermi. In queste settimane sto lavorando invece in modo più consistente a una nuova serie, sempre di genere giallo, organizzata in modo molto nuovo, con due protagoniste. Ma è ancora presto per dare con sicurezza dettagli più precisi.

Tu hai iniziato a pubblicare in digitale i tuoi primi romanzi: cosa pensi della diatriba libri di carta o e-book?

Penso che sia una diatriba inutile. L’ebook dà molte nuove possibilità che non possono essere ignorate, tipo portare con sé, in poco spazio, una piccola libreria o anche avere accesso a un’infinità di titoli, nella propria lingua, dai posti più disparati del mondo. Secondo me, il digitale incoraggia anche a sperimentare nuovi autori, quando l’investimento economico non è eccessivo. E non credo che soppianterà mai i libri di carta. Ci sono titoli e autori che anch’io compro sempre in cartaceo, e questo non credo che cambierà. L’editoria dovrebbe cercare di prendere un po’ di respiro dalle nuove opportunità del digitale, invece di pubblicare ebook che costano quasi come il libro di carta. Alla fine, ogni novità tecnologica porta sempre con sé paure e diatribe. Non vorrei fare un autogol anagrafico, per cui preciso che stiamo parlando della fine anni ’80, inizio anni ’90, e non di due secoli fa. Insomma… è passato un po’ di tempo, ma ricordo con chiarezza che si diceva che l’uso del computer avrebbe portato disastrosi effetti nella narrativa, perché lo stile avrebbe risentito (in negativo) dell’accorciamento dei tempi tra la formulazione del pensiero e la sua espressione scritta.

Ringraziandoti per la gentilezza e la pazienza di faccio un’ultima domanda, tipica di Zebuk: quali libri hai al momento sul comodino?

Grazie a voi di avermi ospitata nel vostro blog. È stato davvero un piacere. Tornando alla domanda. Il mio comodino, che non a caso non è un vero comodino, ma un lungo mobile che corre dietro tutta la testiera del letto, è un luogo anarchico pieno di libri da leggere, in lettura, o appena letti, ma ancora ‘consultabili’. Soprattutto romanzi e saggi su tematiche spirituali. Diciamo che tra le pile più vicine alla mia postazione ci sono l’ultimo di Michael Connelly, “Il passaggio”, e poi “Il collezionista” di Nora Roberts, “La stagione del biancospino” di Riccardo Bruni e “La custode dell’ambra” di Freda Lightfoot. Per la saggistica, invece, “Un nuovo mondo” di Eckart Tolle e “Il potere dell’intenzione” di Wayne Dyer. Con il tempo sto diventando una lettrice sempre più indisciplinata.

Grazie mille Giulia e a presto su Zebuk!

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