Sangue e arena, Blasco Ibáñez

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Come sempre nei giorni di corrida, Juan Gallardo pranzò presto. Un pezzo di carne arrosto fu il suo unico piatto. Vino, nemmeno un assaggio: la bottiglia rimase intatta davanti a lui. Doveva restare sereno. Bevve due tazze di caffè nero e denso e si accese un enorme sigaro, rimanendo con i gomiti appoggiati sulla tavola e la mandibola sulle mani, guardando con occhi assonnati i clienti che via via entravano e si sedevano nella sala del ristorante.
Erano alcuni anni, da quando gli avevano dato “l’alternativa” nella Plaza de Toros di Madrid, che scendeva nello stesso albergo della Calle de Alcalà, dove i padroni lo trattavano come uno di casa e camerieri, portieri, sguatteri e vecchie cameriere lo adoravano come una gloria dell’esercizio.

Gallardo è diventato in poco tempo uno dei toreri più famosi della Spagna.
Combatte nelle arene più importanti, da Siviglia a Madrid.
La folla lo adora e lo osanna come una divinità.
Nato a Siviglia da una famiglia povera, Gallardo ha sempre avuto la passione per i tori e la lotta.
Ha iniziato nelle corride minori con un gruppo di amici.
Poi l’incontro con un padrino ricco e l’inizio di una grande carriera.
Gallardo infuoca le arene e gli animi.
Sposato a Carmen, sua compaesana, non disdegna le altre donne soprattutto Donna Sol, giovane nobildonna affascinante.

Sangue e arena è un romanzo del 1909 di Blasco Ibáñez.
Un romanzo sanguigno, che sa di polvere e morte.
La corrida viene rappresentata in ogni suo aspetto.
La preparazione del torero, la vestizione, l’ingresso nell’arena, il pubblico che osanna e critica, il momento dello scontro col toro, i saluti degli ammiratori.
Gallardo è un uomo che vive per la corrida, per il momento in cui deve entrare nell’arena e trascinare il pubblico verso il parossismo.
Perché il pubblico è uno dei protagonisti del romanzo: ammiratori pronti a lunghe attese pur di salutare il torero, gente che ammira le prodezze di Gallardo ma può cambiare opinione in un secondo dopo una corrida non riuscita.

Tutta la gente lo fissava, aspettandosi grandi emozioni. Era un torero che prometteva hule, secondo un’espressione della tifoseria che, con quel termine, indicante la tela cerata, alludeva appunto a quella che ricopriva i letti dell’infermeria. Erano tutti convinti che fosse destinato a morire sull’arena per una cornata e per questa ragione lo applaudivano con un entusiasmo omicida, con un interesse barbaro, pari a quello del misantropo che segue ovunque un domatore sperando nel momento in cui questi verrà divorato dalle sue belve.

Numerosissime sono state le trasposizioni cinematografiche. La prima, del 1916, fu diretta proprio dallo scrittore Ibáñez.
Nel 1922 uscì il film muto con Rodolfo Valentino.
Del 1941 è la versione più famosa interpretata da Tyrone Power e Rita Hayworth.

Sangue e arena
Vicente Blasco Ibáñez
Newton Compton, 1995, p. 288, €. 6,30

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