La locanda dell’ultima solitudine, Alessandro Barbaglia

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«È tutta in legno, la Locanda, alterna le pareti scure alle finestre piene di luce da cui entra sempre un po’ di vento. È fatta di poche stanze e una sola certezza: se sai arrivarci, facendo tutto quel sentiero buio che ci vuol poco a perdersi, quello è il posto più bello del mondo.»

Evanescente. Sì, mi pare l’aggettivo giusto per descrivere questo romanzo. Sognante, anche. Di un modo di sognare che alterna gioia estrema a momentanee cadute nel baratro della disperazione, contenuta sì, ma pur sempre disperazione.
Sì, perché di una ben precisa forma di disperazione si parla in questo romanzo: la vita dei due protagonisti principali, Libero e Viola, viene raccontata attraverso giochi di parole, costruzioni al limite del credibile, eppure reali nel modo in cui solo una storia scritta bene sa farti credere: prenotazioni per una cena “tra dieci anni”, donne che per lavoro “accordano i fiori” perché non suonino parole cattive (come la menta, che è bugiarda!), una locanda costruita con il legno di una nave mancata, persone che “aspettano”.

“se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”

Libero aspetta la donna della sua vita, conservando per l’occasione una bottiglia di vino rosso, un Nebbiolo, Viola aspetta una risposta da suo padre, a cui scrive ogni giorno una lettera che non spedisce, perché non ha idea di dove si trovi. Enrico aspetta clienti nella sua Locanda e prepara per loro perle di patata cruda che hanno il sapore di ogni cosa si immagina.
Libero vive nella Città Grande, in una casa vuota con le pareti blu, insieme ad un cane trovato per caso, Vieniqui. Viola vive a Bisogno, un paesino piccolo piccolo arroccato sulle montagne, nella Casa del Petalo (in cui si trova una stanza per urlare tutto quello che non va). Enrico vive nella Locanda, costruita su uno scoglio circondato dal mare: nave mancata per fuggire da un luogo troppo stretto.
Ma le storie parallele di questo romanzo sono molte: c’è il ricordo di un gruppo di partigiani che accolsero un bambino che sapeva pelare patate, la storia tenera di un cane nero, una vicina di casa strana e provvidenziale, che arriva sempre al momento giusto, donne che tramandano una tradizione di famiglia fatta di profumi, musica e fiori.

“Ci sono tre motivi per cui vale la pena andare alla Locanda dell’Ultima Solitudine.
Il primo è perché si mangia bene.
Il secondo è perché ci si può andare solo in due.
Il terzo è perché laggiù ci impari a vivere. E quindi, anche, a morire.”

La chiusura di questo libro è come quando ti svegli da un bel sogno, che a volte hai capito poco ma che alla fine ti ha lasciato un sapore buonissimo, quello di una perla di patata cruda che sa di favola meravigliosa.
Buon lavoro quello di Alessandro Barbaglia, finalista al Premio Bancarella 2017, spero di leggere ancora qualcosa di suo perché sa muoversi tra gli animi dei suoi personaggi con leggerezza ma anche con determinazione, dando l’idea di avere ben chiaro dove vuole andare!

“Il mercoledì avrebbe organizzato anche un corso per imparare a piangere. Il primo livello era facile, si usavano le cipolle, ma poi bisognava fare tutto senza aiuto.”

Da ricordarsi:

  • Due luoghi ideali da visitare, la Locanda sul bel mare di Camogli e il paese di Bisogno, dove la Casa del Petalo e la sua stanza per urlare chiamano!
  • Perché non provare a cucinare le perle della Locanda?
  • Un commento dell’autore pieno di significati:

«Libero […] È un personaggio che ha già tutto per arrivare, ma se ne accorge solo dopo aver passato una vita in balia di un dondolio»

La locanda dell’ultima solitudine
Alessandro Barbaglia
Mondadori (collana Omnibus), 2017, pag. 163, € 14,45
ISBN: 978-8804673149

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Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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