Niente da ridere, Livio Romano

Un finimondo. Ho scaraventato la Cinquecento rossa di mio padre contro una Fiesta beige guidata dal maresciallo in pensione della Marina, quello con la casetta tutta archi e dipinta di verde che abita nella stessa contrada della mia casa di campagna. Ho incuneato il piccolo cofano dentro una ruota anteriore del ciccione e, prima di finire contro il muretto rosa della masseria, ho visto la Fiesta perdere le staffe e svanire in una piccola cava di tufo in disuso. Una di quelle cave che un tempo venivano solcate a forza di picconate, con le pareti ineguali forgiate dalle mani degli antichi scavatori.

Pubblicato per la prima volta nel 2007, Niente da ridere è ambientato in un Salento inconsueto, distante dagli stereotipi a cui il cinema e la letteratura ci hanno abituato, ma del quale, in certi improvvisi scorci di paesaggio, emerge tutta la selvaggia bellezza.

La recensione di Niente da ridere, Livio Romano

Il mio leggiadro lavoro al notebook. Quand’è che potrò chiudermi per otto ore e produrre senza interruzioni familiari?
A quale età? Ditemelo tutti, ché così mi metto l’anima in pace.
A cinquantacinque anni? A sessantasette? Basta dirlo, mamma, Delia, Rosina, suocero Giovanni, friguline mie e dinastia tutta.

Gregorio Parigino ha trentacinque anni, una moglie che lo ama, un lavoro tranquillo, un’accogliente casa nuova col mutuo ancora da pagare nel ridente leccese.
Gregorio ha una madre schizofrenica e una nonnetta centenaria, una cognata paranoica che gli si è trasferita in casa, due figlie e quattro nipotini da accudire, una candidatura alle elezioni amministrative di cui farebbe volentieri a meno e un gran bisogno di ansiolitici per sopportare il suo tran-tran.
Gregorio ha un’amante che sembra la vita in persona, le gambe rotte e ogni intenzione di mettere ordine nella sua esistenza nell’arco di una primavera.
Una commedia irresistibilmente amara, il grande affresco esilarante, imprevedibile, malinconico di un Sud lontano da ogni stereotipo.
Il romanzo di una generazione che rischia di farsi scivolare tra le dita il diritto a un attimo di felicità.

La mia opinione su Niente da ridere, Livio Romano

Non che voglia andare al mare. A volte uno pensa che se ne va al mare, resta un po’ in silenzio a guardarlo e trova la soluzione fra le scintille che il sole riverbera. E invece quando sei così inca-sinato andarsene al mare ti fa perdere solo tempo. Infatti a metà strada torno indietro. Giro a vuoto. Vorrei tornarmene a casa.

Ho amato Niente da ridere di Livio Romano perché metà del mio sangue proviene da lì, da quella Puglia che sento Casa, e nel quotidiano di Gregorio Parigino ci sono tanti minimi accenni a situazioni che ho vissuto anch’io, sebbene solo a piccoli sprazzi estivi: la mamma nevrotica, la nonna e “mangia che ti vedo magro”, i pomeriggi silenziosi e assolati in campagna, lo zio Filippo che in molti hanno anche se non lo sanno.

Un romanzo di famiglia, corale, che accarezza il cuore ma gli dà anche sonori schiaffoni con mani mediterranee, calde, accoglienti e tanto tanto forti, quando ci vuole.

Per sopravvivere alla sua vita un po’ piatta, Gregorio si “cura” con le benzodiazepine, gli ansiolitici che sono entrati come droga nella vita di molti per stordire la noia e la monotonia di una vita che stiamo perdendo per strada, a volte senza viverla veramente.
Se c’è una cosa che ho fatto spesso mentre leggevo la sua storia, è stato fermarmi a pensare a quello che stavo leggendo, fare confronti con il mio personale vissuto, osservare il mondo con occhi più lontani, capaci di mettere a fuoco in modo migliore: mi sono fermata a riflettere sul concetto di “vita piatta”, su quel ‘subire’ la vita e i suoi accadimenti senza far niente per cambiare le cose.

Dovremmo farlo tutti, più spesso. Dovremmo capire cosa davvero vogliamo e cosa fare per ottenerlo, in questo tempo che è unico e irripetibile.

Niente da ridere
Livio Romano
Fernandel, 2021, pag. 332, € 17,00
ISBN: 9788832207293

Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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