Alla fin fine, ammazzare mia madre mi è venuto facile. La demenza, via via che scende, ha un modo tutto suo di rivelare la sostanza della persona che ne è affetta. La sostanza di mia madre era marcia come l’acqua stagnante in fondo a un vaso di fiori vecchi di settimane. Quando mio padre la conobbe era bellissima, e ancora capace d’amare quando divenni la loro figlia tardiva; ma al momento in cui quel giorno alzò gli occhi a guardarmi, questo non contava più niente. Se non avessi risposto allo squillo del telefono, la signora Castle, sua sfortunata vicina di casa, sarebbe passata al numero seguente dell’elenco appeso per le emergenze sul frigo color crema. Invece, neanche un’ora dopo già mi stavo precipitando alla casa in cui ero nata.
Dopo aver ucciso sua madre – per pietà o per odio o per un estremo e aberrante tentativo di cercare l’amore mai trovato – Helen precipita in uno scenario totalmente inatteso, divisa tra fuga, pentimento, disperate richieste di aiuto alle figlie e all’ex marito, necessità di capire il proprio gesto e di ripercorrere in poche ore le sequenze e i segreti di una vita. Un thriller esistenziale che mozza il fiato, ma anche una grandiosa ricostruzione della sinfonia di affetti e di tragedie che è la vita familiare.
Devo ammettere che mi è piaciuto di più Amabili Resti.
Però anche ne La quasi luna ho trovato l’impronta inconfondibile della scrittura di Alice Sebold che, oramai appare chiaro, ha un modo tutto suo di narrare anche gli avvenimenti più crudi.
Note sull’autore
Alice Sebold è nata nel 1963. Nel 1999 ha pubblicato Lucky (Edizioni E/O, 2003), un libro di ricordi sullo stupro subito nel 1981, quando studiava all’Università di Syracuse. Nel 2002 ha pubblicato Amabili Resti, un successo editoriale in tutto il mondo, dal quale Peter Jackson ha tratto l’omonimo film. Nel 2007 le Edizioni E/O hanno pubblicato La quasi luna.