Eugenia si era alzata in piedi, con le gambe che tremavano per l’emozione, e non aveva potuto reprimere un piccolo grido di gioia. Sul marciapiede passavano, nitidissime, appena più piccole del normale, tante persone ben vestite: signore con abiti di seta e visi incipriati, giovanotti coi capelli lunghi e il pullover colorato, vecchietti con la barba bianca e le mani rosa appoggiate sul bastone col pomo d’argento: e, in mezzo alla strada, certe belle automobili che sembravano giocattoli, con la carrozzeria dipinta in rosso […]
Leggendo le parole di presentazione di questo libro nella quarta di copertina mi aspettavo tutt’altra esperienza: credevo di dovermi trovare di fronte alla Morte in persona, alla fine del mondo, alla distruzione dell’Uomo. Eppure quelle parole lo dicevano chiaro:
[…] una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. […] la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana
Inizio a leggere con curiosità e mi trovo di fronte ad una bambina, la piccola Eugenia, che respira l’azzurro intenso del cielo, che si sorprende per la luce e per i mille colori del mondo, che ringrazia col cuore in mano chi le regalerà il dono della vista vera, a lei, che è quasi del tutto cecata e che oggi, finalmente, si metterà gli occhiali!
Eugenia, qualche volta, si sorprendeva a fissarli, senza capire, però, che stesse pensando. Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati, con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c’era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai.

I racconti di questo libro sono illuminanti: ti fanno scoprire le condizioni squallide della Napoli del secondo dopoguerra e te le colorano di quella voglia di vita che pochi popoli sanno dimostrare, ti insegnano la disperazione, la rovina e al tempo stesso l’amore, poi ti riportano giù, ancora, nella miseria più dolorosa:
Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina […] Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava.
Continui a leggere e senti salire un incredibile senso di rassegnazione, sempre più crescente: i racconti successivi al primo scendono sempre più giù, nei gironi del dolore e della rovina, ma continui a scoprire tra le righe qualche lampo di Vita e ancora non ti rassegni, nemmeno quando arrivi ai Granili e il sole sparisce nei corridoi e tra le stanze dove vivono cinquecentosettanta famiglie, illuminate da ventotto lampade elettriche:
Gli uomini che vi vengono incontro non possono farvi nessun male: larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun’altra cosa.
L’autrice
Una bella scoperta, per me, questa scrittrice: la capacità di rendere vive le immagini che sa descrivere, con poche parole, scelte accuratamente; colori, odori e sentimenti che saltano fuori dalle pagine. Un bel leggere. E infatti ho già iniziato un altro suo libro…
[image credits: morguefile.com]
Il mare non bagna Napoli
Anna Maria Ortese
Adelphi (collana Gli Adelphi), 2008, pag. 176
ISBN-13: 978-8845922855
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