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La vegetariana, Han Kang

Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo. Dall’altra parte del burrone ghiacciato, una costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all’ingresso. La arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue.

Un romanzo “pieno di violenza sessuale e disordini alimentari, mai chiamati per nome nell’universo di Han Kang”. Un romanzo che spinge a farsi domande schiette e crude, una sopra a tutte: “Perché, è così terribile morire?”

C’era un che di vagamente inquietante nel sorriso discreto che danzava sulle labbra di Yeong-hye. Sembrava che si stesse ritirando da se stessa, diventando distante da sé tanto quanto lo era dalla sorella. Una faccia disperata dietro una maschera di compostezza.

La recensione di La vegetariana, Han Kang

Un sogno oscuro e misterioso, angosciante. Una condizione sottomessa, rassegnata, in gabbia. Un misto di erotismo, perversione, carnalità. Un romanzo da definire “disturbante”, per la quantità di segnali forti e colpi in pieno viso, al cuore, allo stomaco. Una cultura patriarcale in cui la donna è sottomessa in quanto donna e figlia, in cui l’aspettativa sociale verso l’universo femminile è quella di un comportamento obbediente, consono, conforme. Normale e normato.

Se solo sapessi la fatica che ho sempre dovuto fare per tenere i nervi sotto controllo. Gli altri diventano solo un po’ nervosi, ma per me si fa tutto confuso, accelerato. Veloce, più veloce.

La mia opinione su La vegetariana, Han Kang

Mi accosto da poco ad una letteratura (quella asiatica) che ha talmente tante sfaccettature che non saprei descriverla se non con l’aggettivo “sorprendente”.

La vegetariana della scrittrice sud-coreana Han Kang è stato un pugno nello stomaco, ha straziato i miei pensieri, ma lo ha fatto con la gentilezza e compostezza tipica dell’oriente, fra silenzi e fiori dipinti, con un senso di cristallino incredibile: parole scelte, emozioni e sensi allerta, ma continuamente sotto controllo.

Il sogno di Yeong-hye è violento, fatto di sangue e di boschi scuri. Di volti insanguinati di sconosciuti. Di follia. Da quel sogno nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione, poi con fastidio e rabbia. Il marito, personaggio senza anima né volontà, la abbandona, la famiglia non la comprende. Solo la sorella è capace (per spirito di sacrificio, forse? Per ringraziarla di aver illuminato alcune ombre della sua vita?) di starle vicino, di accudirla e cercare di farla tornare in vita. Ma poi…

In-hye non ci aveva messo molto a rendersi conto di una cosa: probabilmente non era lui la persona che aveva voluto tanto aiutare, ma se stessa. Non era forse la sua immagine che aveva visto rispecchiata nello sfinimento di quell’uomo? Lei, che era andata via di casa a diciannove anni per costruirsi una vita a Seoul, facendo affidamento sempre e solo sulle sue forze?

“Inquietante” è un altro aggettivo che potrei usare per descrivere alcune parti di questo romanzo: quello che si analizza è il peso dell’esistenza, la possibilità di non sentire più quella pressione, che in Yeong-hye si materializza con la volontà (cosciente? non cosciente?) di trasformarsi in un vegetale. Le sue decisioni, come natura insegna, portano conseguenze, che coinvolgono non solo lei ma anche le persone che le gravitano attorno, dando vita ad una spirale di situazioni inquietanti, drammatiche, angoscianti.

Il tempo era un’onda, quasi crudele nella sua inesorabilità mentre trascinava la sua vita con sé, una vita che In-hye riusciva a tenere assieme solo a prezzo di sforzi incessanti.

Terribile, inesorabile. La vegetariana ha come protagonista la silenziosa e inconsistente Yeong-hye, ma in realtà parla di tutti noi e della nostra incapacità di vedere il disagio degli altri, in modo particolare quando quest’ultimo si manifesta palesemente al mondo.
Essere strani, essere diversi, essere fuori dal normale, è pericoloso perché mina la stabilità delle convenzioni sociali, mette a rischio l’accettazione da parte della società. Questo è il grande pericolo, questo ciò che Yeong-hye ha avuto il coraggio di essere. Forse anche inconsapevolmente.

La vegetariana
Han Kang
Adelphi, 2019, p. 177, €. 11,00

Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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