
Non è affatto cosa facile, giacendo nel bianco letto di metallo di un manicomio, nel campo visivo di uno spioncino armato dell’occhio di Bruno, riprodurre le volute di fumo di un fuoco casciubico alimentato da piante di patate, e il sottile tratteggio di una pioggia d’ottobre.
La recensione di Il tamburo di latta, Günter Grass
Opera d’esordio dell’autore (1959) e primo capitolo della Trilogia di Danzica, che comprende anche Gatto e topo (1961) e Anni di cani (1963), Il tamburo di latta è stato inserito tra i 100 libri migliori di sempre I 100 libri migliori di sempre secondo Norwegian Book Club.
La storia è quella di Oskar Matzerath, giovane tedesco deforme, intelligentissimo, paranoico, che rievoca tutta la sua vita scrivendola su una risma di fogli di carta donatigli da Bruno, l’infermiere del manicomio in cui si trova mentre scrive.
Dal giorno del suo terzo compleanno – fino al ventunesimo anno d’età – Oskar aveva deciso di non crescere (complice la caduta nella botola della cantina) per manifestare il suo disprezzo verso il mondo degli adulti, in particolare del padre legale Alfred e di quello presunto, Jan Bronski.
Il mondo orribile che lo circonda si riflette e si trasforma nella sua deformità fisica e mentale e sfocia in una capacità fortemente distruttiva: Oskar disturba con il suo tamburo i comizi dei politici nazisti, distrugge il vetro con la voce e incita i cittadini di Danzica al furto, fracassando di notte le vetrine dei negozi davanti a passanti ignari.
Un racconto lungo, articolato, pieno di storie che corrono parallele e prendono strade proprie, che meriterebbero di essere seguite una per una.
E quando infine fu la fine si sbrigarono a trasformarla in un inizio pieno di speranza; giacché in questo paese la fine è sempre inizio, è sempre speranza in una fine qualsiasi, anche la più definitiva che ci sia. Così del resto sta scritto: finché l’uomo spera, sempre daccapo ricomincerà a farla finita sperando.
La mia opinione su Il tamburo di latta, Günter Grass
Ogni libro ha il suo momento, lo penso da sempre.
Ogni romanzo, ogni storia, ogni modo di raccontarla, anche, ha caratteristiche emotive talmente peculiari che non sempre si è pronti e disponibili ad avvicinarla.
Credo sia successo questo, a me, durante la lettura de Il tamburo di latta di Günter Grass.
Definito “capolavoro imperdibile, coinvolgente, appassionante”, per me è stata una lettura un po’ forzata, curiosa e grottesca, affascinante e interessante sì, ma lo ammetto, ho faticato un po’.
Il tamburino Oskar è un personaggio particolare, folle, che sembra uscito da uno strano romanzo fantasy: racconta cose incredibili, spesso al limite del leggendario, a volte allucinanti altre ironiche altre ancora drammatiche, In fondo il suo narrare è l’autobiografia di un ragazzo che vive i primi anni del ‘900, gli anni dell’invasione della Polonia, della Germania nazista, del secondo conflitto mondiale.
Una narrazione che scorre su due binari paralleli, uno realistico l’altro immaginario. Con uno stile complesso pieno di metafore (cruda e realistica quella della spilla che Albert tenta di far sparire e poi, nel rimorso, ingoia aperta, rimanendo vittima di se stesso, come la Germania ha fatto con il regime hitleriano), una scrittura che alterna la limpidezza al caos.
Alla fine, se dovessi rispondere con un sì o un no alla domanda “Ti è piaciuto?” potrei rispondere solo “non lo so”.
Credo sia necessario riprovare a leggerlo in un altro momento, anche perché il periodo storico che tratta bisognerebbe iniziare a conoscerlo un pochino meglio…
Il tamburo di latta
Günter Grass
Feltrinelli, 2022, p. 608, €. 16,00