
Peter si unì al gruppo che si era raccolto intorno al padre, come lupi che accerchiano una pecora. No, stabilì, come pecore che accerchiano un lupo, desiderose di servire il carnivoro. Era quello l’unico aspetto del gioco che a Peter era sempre risultato chiaro. Blaise era ricco, gli altri no.
Considerato “il giudizio definitivo di Vidal su come il sistema politico americano degradi coloro che vi partecipano”, Washington D.C., sesto volume del ciclo Narratives of Empire, è una sconvolgente storia di corruzione e ambizioni malate.
La recensione di Washington D.C, Gore Vidal
Ci troviamo negli anni tra il 1937 e il 1952, nel momento in cui Roosvelt si trova a fronteggiare il periodo post crisi del 1929 e proporre la serie di riforme economiche conosciute come New Deal.
In questo contesto si muovono i personaggi del romanzo corale, che, pur essendo frutto di una finzione, rappresentano perfettamente i meccanismi e le dinamiche della politica statunitense di quel periodo: intrighi, interessi personali, manipolazioni, alleanze, trame oscure e tranelli (mi pare che poco sia cambiato da molte delle situazioni attuali… riflessione personale: pubblicato nel 1967, Washington D.C. non poteva essere lo specchio della situazione di questo tempo.)
Protagonisti principali romanzo sono il senatore James Burden Day, anziano conservatore che vuole diventare presidente ma non ha le giuste caratteristiche, e Blaise Sanford, magnate dell’editoria senza scrupoli, che utilizza il potere editoriale per intrecciare relazioni costruite su opportunismo, compromessi, intrighi e azioni immorali.
Burden e Sanford sono circondati da diversi protagonisti minori, come Clay Overbury, assistente del senatore, Diana, sua figlia, Edin e Peter Sanford, figli dell’editore. Ognuno di essi è parte attiva nella rete di un romanzo corale, bilanciato, in cui si compone un quadro desolante e credibilissimo della situazione profondamente critica della società, umana e politica, dell’epoca.
Vicende personali, familiari, politiche e mondane, una costante recita pubblica fatta di apparenze da difendere e ambizioni senza limiti, di opportunismi e corruzione, si intrecciano con una scrittura pacata e onesta, che non cerca l’urlo dello scandalo, intessendo una trama che evidenzia quanto la dimensione pubblica e quella privata contribuiscano alla costruzione del consenso, e quanto le ambizioni politiche passino e si nutrano anche delle delicate dinamiche familiari.
«Lei crede nei sogni?». Il senatore fece la domanda proprio con lo stesso tono di voce che aveva usato per dare istruzioni per la conferenza stampa del giorno seguente.
Clay fu colto di sorpresa. «Sogni?», gli fece eco.
La mia opinione su Washington D.C, Gore Vidal
Un panorama assolutamente deprimente, che Vidal riproduce in maniera perfetta. E sebbene sia stato pubblicato nel 1967, un panorama quantomai rispondente a quello che senza ipocrisia possiamo riconoscere lungo tutto il percorso della storia, a volte poco più a volte poco meno: intrighi di palazzo, compromessi, arrivismi…
Senza dubbio una lettura interessante, anche considerando il particolare momento storico, per capire meglio lo sporco che inceppa gli ingranaggi della democrazia e la possibilità che un singolo granellino nel posto e nel momento sbagliati porti conseguenze inimmaginabili.
A questo punto sento il bisogno di leggere gli altri volumi del ciclo, per capire se il tono e lo stile siano sempre quelli e per scoprire cosa ne sarà di questa vecchia America…
Washington D.C
Gore Vidal
Fazi, 2025, p. 420, €. 20,00