
Torna l’appuntamento con nostra carissima PiattiniCinesi al secolo Anna Lo Piano che ci parla di letteratura per ragazzi e oggi lo fa riflettendo sul lieto fine delle favole .
Voi l’avete una favola preferita? Se l’avete, o l’hanno i vostri figli, sapete bene che il piacere di ascoltarla e riascoltarla sembra non esaurirsi mai, soprattutto quando è sera, la palpebra cala e la stanchezza del giorno ci assale tutta insieme. A causa di questa coazione a ripetere narrativa (e ascoltativa) mi sono fatta delle grandi raccontate dei Tre Porcellini, al punto di avere sviluppato una versione tutta mia sempre identica a se stessa fin nelle pause, e una versione thriller di Mamma capretta e i sette caprettini. Thriller, sì, avete capito bene. D’altronde quel brivido di rimanere soli in casa che è un misto di libertà e timore, il bussare sospetto alla porta di casa, baluardo contro l’ignoto, del lupo che fa finta di essere la mamma, la paura di non riconoscere i genitori, o di vederli trasformati in esseri che non possiamo controllare, dalla bestialità selvaggia (basti pensare a come hanno affrontato il tema Miyazaki nella Città Incantata o Neil Gaiman in Coraline per capire quanto può far paura), l’ingresso violento del lupo in casa, la perdita di sicurezza, quel momento di assoluta suspense che è la caccia al tesoro dei caprettini nascosti negli angoli più strani, che uno dopo l’altro vengono scovati e divorati, tranne l’ultimo, il più piccolo (sempre il più piccolo, per ribaltamento delle forze: Davide e Golia insegna) che si è nascosto nell’orologio a pendolo. Poi c’è il riscatto, l’arrivo della mamma eroe, che invece di lamentarsi della morte dei figli pensa subito ad una soluzione per recuperarli, si arma di forbici e filo, scova il lupo che dorme beato dopo la solenne mangiata, gli taglia la pancia, libera i capretti e al loro posto ci mette le pietre. Dopo tanti colpi di scena, sapere che il lupo è finito nel fiume con la pancia piena di sassi non può bastare. Troppa poca soddisfazione, ne converrete.
A tante emozioni bisogna controbilanciarne un’altra che sappia rimettere le cose in equilibrio. E allora quando la raccontavo mi veniva quasi naturale, alla fine, aggiungere un momento di gioia, in cui contare i capretti e scoprire che erano proprio tutti e otto: nessuno era rimasto nella pancia del lupo. E per questo bisognava festeggiare. Una grande festa, alla quale si potevano invitare tutti quelli che avevano ragione di festeggiare per la morte del lupo. E la festa era un picnic, che è la festa più bella se sei bambino, perché ti basta stendere la tovaglia sul prato, proprio dove hai tagliato la pancia al lupo, e mentre guardi il fiume dove è annegato te la fai tu, quella volta, una bella scorpacciata, e mangi e giochi e canti e ridi per tutto il giorno. Ad ogni narrazione aggiungevamo un dettaglio. Una volta era il colore della tovaglia, un’altra la musica suonata da una banda di scoiattoli, il ripieno dei panini o i capretti che giocavano ai quattro cantoni.
Questa gioia di inventare la gioia non può esistere se non nel lieto fine, perché una storia che sia solo festa, senza neanche un temporale o un vermino che esce dalla mela, non è neanche una storia.
E’ una noia mortale. Ma anche il lieto fine, quando esagera, può essere noioso.
Lo sanno bene i raccontatori di favole che sanno che ad un certo punto bisogna troncare, meglio se con una frase netta: “E vissero felici e contenti”.
Ogni elemento nella storia è funzionale, e la fine serve a bilanciare ciò che la precede come lo stretching alla fine della corsa. Se si smette di botto, se la conclusione arriva troppo in fretta, si rimane con l’amaro in bocca ed i dolori alle ginocchia. Ma certo, se l’autore la tira troppo per le lunghe, alle ginocchia magari ci arriva il latte.
Penso a certi grandi testi dell’ottocento, come Pinocchio o i Promessi Sposi, in cui il lieto fine è la dimostrazione di una morale prestabilita. Ogni volta mi vorrei armare di forbici e sfoltire l’infinito ritorno all’ordine, quei buoni sentimenti, quegli esempi di virtù elencati e ripetuti in pagine e pagine di noia assoluta. La felicità deve essere breve, come nella vita, altrimenti è un pamphlet, o un marketing della provvidenza. Come in Mille splendidi soli, dove l’autore si perde nell’esaltazione della normalità portata dagli Americani. Anche lì, tirate fuori le forbici.
Tutt’altra musica, invece, per le saghe dei nostri tempi, Hunger Games ed Harry Potter. A chi rimpiange i classici ricordo sempre che anche questi lo sono, e lo saranno ancora per molto. Sono delle epiche vere e proprie, con il percorso dell’eroe, l’analisi sociale, la scelta etica e la lotta senza tregua tra bene e male. Dopo tanto soffrire, qui il lieto fine deve riportare alla normalità, rispondere alla domanda “che ne è stato di quel personaggio al quale mi ero tanto affezionato? Non vorrai mica, autore, lasciarmi con questo dubbio? Rendimi l’addio meno doloroso e dimmi come sta Tizio o Caio, le cui gesta ho seguito per tante pagine con empatica trepidazione”. Ma il lieto fine qui deve anche saper descrivere il doloroso dopoguerra. Quella normalità è fatta di cicatrici e di incubi solo sopiti, di consapevolezza, maturità, coraggiosa speranza nel futuro e pace. Una pace sottile come un velo, alla quale non si crede fino in fondo, ma c’è, da qui comincia la vita normale, simile a quella dei lettori. Le difficoltà sono riportate alla loro dimensione ragionevole, e soprattutto si specifica che non ci saranno altri sequel (!)
E noi, lettori creativi, con il lieto fine ci possiamo giocare?
Certo! Per esempio inventando finali lieti diversi da quelli soliti. Chi ha detto che la felicità di Cenerentola deve essere sposare il principe e non, invece, mettere su un laboratorio di sartoria con la Fata Madrina? La Bestia potrebbe rimanere bestia, e il principe ranocchio, perché in fondo la diversità è assai stimolante in amore. I nanetti potrebbero dedicarsi al lavoro socialmente utile di ammazzastreghe, la nonna scapperebbe allora con il lupo, o con il cacciatore, e Cappuccetto Rosso dovrebbe imparare in fretta a cavarsela da sola, una buona volta.
E ricordate che almeno nelle storie, ogni volta che la fine non ci soddisfa, da bravi lettori creativi abbiamo il diritto di cambiarla.