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L’uomo che voleva uccidermi, Shūichi Yoshida

“C’è una persona a cui tieni in modo particolare?”
Tsuruta si fermò e piegò la testa.
“Qualcuno la cui felicità è anche la tua?”
Tsuruta lo ascoltò in silenzio, poi scosse il capo e mormorò: “… Credo che non ce l’abbia nemmeno lui”.

La mia recensione di L’uomo che voleva uccidermi, Shūichi Yoshida

Un giallo, un thriller che non ti aspetti, per indagare a fondo nella psiche e nell’umanità varia e variabile: alienazione, incapacità di amare, solitudine. Sono questi alcuni dei temi che escono dalla riflessione di Shūichi Yoshida sulla società giapponese attuale – o almeno su una sua parte, più o meno nota.

Ambientato a Fukuoka, sulla costa settentrionale dell’isola di Kyūshū, nella più profonda provincia del Giappone, il romanzo vuole dar voce a storie di personaggi ai margini della società, di paesaggi urbani degradati e desolati, di abitudini di cui nessuno sembra voler prendere coscienza. Dell’uso contemporaneo più o meno positivo e dilagante del cercare amicizie sul web, ad esempio. Del sesso fast-food, che pare servire più a soddisfare una impellente necessità, un istinto, che a condividere emozioni, sentimenti e parti di vita, di quella vera. Love-hotel come se piovesse, a ogni angolo della città.

La mia opinione su L’uomo che voleva uccidermi, Shūichi Yoshida

Solitudine devastante, questo è quello che appare ad una prima lettura.
Romanzo psicologico, sì, molto ben scritto, che trasmette angoscia e inquietudine (soprattutto quando pensi al futuro possibile, purtroppo, dei ragazzi di oggi), apatia e orrore per la forza (vera e terribile) della gogna mediatica sempre più attuale che condanna senza alcun processo.

Per un attimo Yoshino lo squadrò, poi gli disse, annoiata: “Una foto? … E quanto mi dai?”
Yūichi aveva addosso solo le mutande. I jeans erano caduti dal letto, la tasca posteriore era gonfia perché all’interno c’era il portafoglio.
Yoshino ruppe il silenzio: “Tremila yen possono andare”.
Ora non si copriva più, e al posto della camicia bianca c’era un reggiseno luccicante che a stento le conteneva il petto.

Si parla molto, oggi, dell’impoverimento dei valori dei giovani e qui – purtroppo – li riconosciamo tutti quanti, quei valori che non ci sono più.
Li riconosciamo nel contrasto tra l’apatia e la malvagità del giovane benestante viziato e il vecchio padre distrutto dal dolore, li riconosciamo nella nonna che ama suo nipote più di ogni altra cosa al mondo e nell’incoscienza di chi ha ucciso solo per rabbia e continua – solo fino a un certo punto, fortunatamente – a vivere come se nulla fosse…
Vecchie e nuove generazioni che non dialogano più, che non cercano punti di contatto.

Lascia molto da pensare, questo libro.
Soprattutto perché se ne parla come se davvero si trattasse di un noir, quando invece è un ritratto sociologico, nudo e crudo, di quello che ci accade intorno, molto più spesso di quanto si pensi.
Una lettura a vari livelli, da fare consapevolmente, per aprire gli occhi se ancora non lo si è fatto. Un libro che può essere un piacevole noir con cui deliziarsi e giocare a scoprire il vero colpevole, oppure un microscopio con il quale capire cosa sta succedendo nella società contemnporanea. E non solo nella sua porzione più orientale.

Il film

Nel 2010 da questo libro è stato tratto un film: Akunin (che riprende il titolo originale dell’opera pubblicata in Giappone nel 2007) ha vinto cinque premi all’annuale Awards of the Japanese Academy.

L’uomo che voleva uccidermi
Shūichi Yoshida
Feltrinelli (collana I narratori), 2017, pag. 333
ISBN: 978-8807032271

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