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La fine del viaggio, Robert Cedric Sherriff

Avanti, allora, spara! Non vuoi lasciarmi andare in ospedale. Ti giuro che io in quelle trincee non ci torno più. Spara!

La recensione di La fine del viaggio di Robert Cedric Sherriff

Rappresentato per la prima volta all’Apollo Theatre di Londra il 9 dicembre 1928 con Laurence Olivier nel ruolo di Stanhope, La fine del viaggio è un’opera potentissima sulla Grande Guerra.

La scena si apre in un rifugio nelle trincee britanniche in Francia. È la sera di lunedì 18 marzo 1918 e per circa 3 giorni seguiremo la vita nel rifugio.

Subito incontriamo Osborne, ex preside, e Stanhope, ragazzo carismatico che da qualche mese è a capo del gruppo. Insieme a loro c’è Hardy, uomo bonario che ama il giardinaggio e Hibbert, traumatizzato dalla vita in trincea, che vorrebbe solo trovare il modo di tornarsene a casa.

Proprio il primo giorno arriva Raleigh, il più giovane del gruppo. Si è arruolato da poco ed è la sua prima volta in trincea. Il ragazzo è contento di trovarsi là perché Stanhope è suo amico di vecchia data e inoltre non vede l’ora di avere l’opportunità di vedere con i suoi occhi la guerra.

La mia opinione su La fine del viaggio di Robert Cedric Sherriff

Tre giorni in un rifugio con la trincea sopra di voi. I rumori delle bombe tedesche, le Minnie come le chiamano gli inglesi, e soprattutto un silenzio irreale e pesante che fa più paura dei bombardamenti. Turni di sei ore, dentro e fuori dal rifugio, ordini dall’alto, attese snervanti dove un’ora è lunga un anno mentre intorno tutti pensano solo a restare vivi.

È un’opera teatrale molto forte La fine del viaggio, un testo che riesce a sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, l’inutilità della guerra e quanto sia stata terribile la vita in trincea.

Colpisce la rabbia di Stanhope che riesce a resistere bevendo whiskey e dimostrandosi molto più duro di quanto in realtà è e Raleigh, esempio di tutti i giovanissimi che partirono per non tornare più.

Robert Cedric Sherriff mette in scena un testo ruvido e scarno come gli oggetti di scena che compongono la scenografia. Il rifugio infatti è sia luogo sicuro ma anche centro nevralgico dove resistere in precario equilibrio tra la paura costante di non sopravvivere e il desiderio di porre fine alla guerra.

Come si intuisce dal titolo Il viaggio che percorriamo insieme ai protagonisti è senza speranza e la guerra si manifesta in tutta la sua atrocità. Si muore all’improvviso per una scheggia volata nel punto sbagliato, si trema e si piange, si pensa a casa, si litiga con gli altri.

Ognuno cerca la forza di resistere a modo suo: chi nell’alcol, chi nei ricordi, chi nelle foto osé usate come talismano. La guerra però non guarda in faccia nessuno e alla fine la morte ci sorprende esattamente come sorprende i soldati che abbiamo imparato a conoscere. È atroce e improvvisa, ingiusta anche ma è l’unica cosa che può porre fine al nostro dolore.

1918 I giorni del coraggio

Nel 2017 è uscito il film tratto dall’opera. Tra gli interpreti Sam Claflin, Asa Butterfield e Paul Bettany. La regia è di Saul Dibb.

La fine del viaggio
Robert Cedric Sherriff
Fazi, 2025, p. 144, €. 17,00

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