La figlia maschio, Patrizia Rinaldi

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Uscimmo da Hangzhou dopo una camminata silenziosa. Vidi un carro fermo con un uomo sopra, entrambi immobili. Pareva che ci aspettassero. Gli feci dire da Sergio che volevo lui e il carro per l’intera giornata. Sergio conosceva un po’ di cinese, glielo aveva insegnato quella maestrina della moglie. La maestrina scocciante ci aveva pure fornito, grazie ai suoi precedenti contatti, permessi e permessini per andare dove cazzo volevamo. Imprudente: maestrina ma scema.

 

Avevo già conosciuto la scrittura di Patrizia Rinaldi con Ma già prima di giugno, con La compagnia dei soli e con il suo racconto contenuto nell’antologia sulle periferie Centrifuga. Ce l’aveva anche presentata e raccontata Luana Troncanetti con una delle sue interviste.

Qui ho trovato una scrittura ancora più potente e profonda, cruda e pressante. Na – la donna cinese protagonista del libro – è raccontata da 4 diversi punti di vista, da 4 diverse persone, lei stessa compresa.
L’intreccio è fitto, i sentimenti si sentono forti forti, a tratti opprimono. E fitti e intricati sono anche i temi che vengono affrontati dalla storia: dall’identità al senso di appartenenza, alla violenza sulle donne, allo sfruttamento e alla mercificazione del corpo, all’incesto… E così via in un gorgo che sprofonda sempre più nelle vicende e nei meccanismi di un’umanità che sembra aver perso ogni valore.

Pagina dopo pagina, l’effetto era quello di gridare: scappa! corri via! basta! E così probabilmente si devono essere sentiti tutti i protagonisti. Già, perché una storia di violenza non ha sempre solo una faccia, purtroppo: da una parte c’è la vittima, dall’altra il carnefice ma a ben vedere spesso il carnefice è stato vittima a sua volta.

Na, ragazza senza identità grazie a causa alla politica del figlio unico adottata in Cina, non ha nome: di fatto non esiste. Ma riesce a guadagnarsi una posizione e un’identità, altroché, grazie a quella forza d’animo che l’ha fatta sopravvivere ad una vita fatta di incesti e violenza, senza altro amore di quello di una donna (che nel romanzo è solo leggermente tratteggiata) che l’ha protetta come fosse una figlia nei primi anni della sua vita. Il suo addio definitivo a quella figura materna, fondamentale nella sua vita, è secondo me il momento più toccante del romanzo. Dovrete leggerlo per capire.

Una prova che conferma la mia prima impressione: Patrizia Rinaldi mi piace! E parecchio! Mi piace soprattutto perché, come diceva Luana nella sua intervista, “danza tra le parole”, perché ha uno stile tutto suo che non ricorda altri, perché è capace di attraversare più generi diversi senza cambiare se stessa, perché con le sue parole danzanti colpisce a fondo.

La figlia maschio resterà sul comodino per un bel po’ di tempo, per farsi rileggere e riprendere, per rivivere certi momenti intensi che Patrizia ha saputo raccontare nel modo migliore.

La figlia maschio
Patrizia Rinaldi
Edizioni e/o (collana Dal mondo), 2017, pag. 176, € 16,00
ISBN: 9788866328704

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Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle.
Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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