
L’educazione alla vita era girare il mondo, correre, dormire sotto le stelle, attraversare notti piene di sussurri, riunirsi attorno al fuoco, sentirsi in armonia con la propria gente, gli animali, la natura. Ma adesso ero come un cavallo selvaggio senza il branco, come un albero senza radici. In una parola, ero perduto.
Raymond è un nomade che ha imparato a stare in equilibrio prima ancora che a camminare.
E’ un gitano francese, un circense che faceva appunto il numero del piccolo acrobata. A differenza dei suoi simili, negli anni Trenta, viveva con i genitori in una carovana con l’acqua calda e sapeva leggere. Con suo padre portavano anche nei paesi più sperduti il cinema.
Ma le cose cambiano il 4 ottobre 1940 quando le guardie trascinano via lui e la sua famiglia senza un apparente motivo. Inizia la sua odissea, viene rinchiuso in un centro di detenzione ricavato da un autodromo ed insieme ad altri gitani viene privato di tutto, comincia a patire la fame e il freddo.
Raymond poi verrà separato dai suoi familiari e portato in Germania ai lavori forzati, dove inizia l’Olocausto degli zingari.
Riuscirà a sopravvivere grazie al suo carattere libero e alle sue doti di sopravvivenza imparate da bambino grazie al suo girovagare.
Un libro che fa molto riflettere, su una condizione di cui non si parla molto, visto che di solito l’Olocausto che conosciamo noi, è quello degli ebrei.
Il piccolo acrobata
Raymond Gureme
Piemme, anno 2012, p 181, € 15,00








