Bilal, Fabrizio Gatti

    Davanti a questo cancello finiscono i nobili sentimenti dell’umanità. Quel setir comune che ci unisce come individui liberi di pensare. Che non fa differenze tra gli uomini e le donne. E dimentica cosa sono. Amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini. Qui finisce quella forza grandiosa che stanotte ha spinto uno sconosciuto di Lampedusa a prestare la sua maglietta e a sdraiarsi sul mio corpo infreddolito. Che ha riempito di sorrisi l’infermiera del pronto soccorso e ha convinto la sua collega a togliere, semplicemente, la fetta di prosciutto. Oltre questo cancello entrano in scena gli accordi di Stato. Le menzogne dei loro governi. Il tradimento dei loro parlamenti. Grazie a questo cancello verde non siamo più individui. Ma siamo quel che siamo.

    Fabrizio Gatti è un giornalista, che vuole vedere oltre, oltre a quel che si dice, che si pensa. Vuole toccare, vivere, sentire.

    Così si trasforma in Roman, per entrare nel centro accoglienza per immigrati di Milano. Verrà picchiato, umiliato, ma è dentro, osserva, studia. Quando esce denuncia, il centro viene chiuso, lui condannato a 20 giorni di prigione per aver dichiarato il falso alle autorità, ma quelle autorità che l’hanno picchiato non vengono nemmeno indagate. Non gli basta. Parte e affronta il viaggio che ogni anno migliaia di disperati fanno. Sale su un camion insieme a 150 persone, vede la fame, la paura, la morte, vede la crudeltà di chi ruba e tortura persone che non hanno già più nulla, vede la fede di chi nonostante tutto continua ad affidarsi a Dio. Tornato in Italia decide di andare fino in fondo, un sacco nero, qualche scatola di sardine, un giubbotto di salvataggio e poche altre cose, si tuffa in mare, ci resta 4 ore e poi finalmente viene soccorso. Diventato Bilal, Curdo, verrà rinchiuso a Lampedusa. Prima di lui ci sono stati i parlamentari europei. L’hanno definito un hotel a 5 stelle. Chissà se si sono mai fatti domande sul fatto di essere entrati dopo settimane di preavviso, di aver trovato tutto impeccabile e solo 9 immigrati all’interno. Quando entra Bilal il posto è un altro. Riuscirà ad uscirne, e a trasformarsi ancora, in Donald, per raccogliere pomodori con altri immigrati a 3 euro l’ora, senza nessun rispetto, nessun diritto, nemmeno quello di essere pagato.

    Bilal è un libro denuncia, un urlo contro i giochi poliitici, contro le cose che molti sanno e nessuno vuole cambiare. E’ un libro per ricordare i nuovi schiavi, i nuovi eroi, Curdi, Africani, Rumeni, Polacchi e non solo. Per far sentire a tutti la tragedia che c’è dietro a quel poco che vediamo e ci lasciano vedere. Bilal è un libro scomodo, incalzante come un thriller, ci prende gentilmente per mano, ci porta all’inferno e non ci lascia uscire fino alla fine.

    Una storia vera, una denuncia che non si può non ascoltare, perché la propria vita non può dipendere da quale parte del mondo nasci. E invece è così, perché Bilal incontra muratori, laureati, maestri, psicologi, operai, calciatori di serie A, che sono nati dalla parte sbagliata e non hanno cibo, non hanno casa, non hanno altra speranza che quella di poter entrare nella metà giusta. Ma nella metà giusta si gioca, con la politica, con i diritti, e mentre i politici sorridono stringendosi le mani per gli accordi presi, milioni di persone vengono arrestate, anche se hanno un lavoro, una casa, un documento, gli viene tolto tutto, per poi essere mandate nel deserto, senza più diritti, senza soldi, senza nulla.

    Una lettura difficile, che ricorda troppo spesso un’altra che ormai conosciamo bene. Meditate che questo è stato. Una lettura da affrontare, perché non sia più, perché Bilal non sia un altro buco nero nei libri di storia delle prossime generazioni.

     

    Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini
    Fabrizioe Gatti
    BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2008, p. 494, €. 9,90
    Disponibile anche in ebook a € 4,99

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