
Marina Bellezza entrò nel cerchio di luce proiettato sul palco. Vi entrò come una sostanza eterea che si materializza, come l’aura di un’insegna al neon sprofondata nella notte.
Era la creatura più bella di questa Terra. Come lo sono le donne immaginate, quelle che non si vedono. Quelle su cui puoi solo fantasticare leggendo un romanzo di Tolstoj o di Flaubert.
Andrea non respirava più.
Marina ha vent’anni, una bellezza assoluta, alta, bionda, occhi azzurri, seno procace, gambe da urlo e una voce da usignolo. Canta e balla nei centri commerciali.
E’ una donna molto fragile, ma determinata e a volte molto sicura di sè. E’ cresciuta senza l’affetto del padre che l’ha abbandonata per il casinò e le belle donne e con una madre molto fragile e alcolizzata.
Il suo sogno è andarsene dalla Valle Cervo per vivere in città a conquistare la fama e il denaro che ha sempre sognato da bambina.
Poi c’è Andrea, bibliotecario part-time che ha un sogno folle a cui nessuno crede, tornare alle origini e allevare mucche. Ma purtroppo vive all’ombra del fratello, emigrato in America e di un padre ex sindaco. I due si frequentano da adolescenti, anche se hanno ambizioni diverse: fama e soldi lei, pace e silenzio lui, sono come si suol dire il giorno e la notte.
Marina e Andrea, diversi tra di loro, si amano e si attraggono proprio per questo e vivono la crisi economica, che attanaglia i giorni nostri.
Sono uniti dalle difficoltà in ambito familiare e non riescono a rapportarsi in modo civile con gli altri. Si amano, di lasciano e si riprendono.
Silvia Avallone vuole raccontare l’impotenza della crisi e proseguire il discorso padre-figli iniziato in “Acciaio”.
La prima parte del libro si legge velocemente, la seconda parte è un po’ più noiosa ed il finale aperto non mi soddisfa molto, preferisco una fine ben definita.
Buona lettura!
Marina Bellezza
Silvia Avallone
Rizzoli, 2013, p. 509, €. 18,50
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