
Pensava che fra i doveri di un magistrato ci fosse, in modo ben poco ortodosso, anche quello di gestire una perdita. Era in qualche modo un parassita della sofferenza: senza delitti non ci sarebbero state pene, e dunque nemmeno magistrati: gli sembrava giusto restituire al mondo qualcos’altro ancora – il semplice, terso frutto della propria comprensione.
La recensione di Morte di un uomo felice, Giorgio Fontana
Siamo a Milano, nell’estate del 1980, nel pieno dell’era terroristica più nera che l’Italia abbia vissuto nel dopoguerra.
Giacomo Colnaghi è un giovane magistrato. Di umili origini, cattolico, sposato con figli.
E’ un magistrato di appena quarant’anni che indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano.
L’inchiesta che si sviluppa tra le pagine del libro è complessa e si articola con la vicenda del padre di Colnaghi che, come il figlio, fu dominato dal desiderio di trovare un senso, una verità. Anche a costo della vita.
Se solo avesse potuto spiegare a sua madre, a chiunque, cosa significava voler conoscere la verità. Contribuire anche minimamente a creare un ordine giusto. Se solo avesse trovato le parole per dirle che questo non dipendeva da un astratto dovere ma da un bisogno fisico, che gli veniva dalle viscere, un po’ come innamorarsi o desiderare un bel piatto di pasta: e che ogni ripensamento e timore erano lampi momentanei: perché solo così era felice.
Un romanzo ben scritto che fa riflettere sul perché si siano formate quelle formazioni e cosa ha fatto lo Stato per fronteggiarle.
Un romanzo che ha portato a Fontana il Premio Campiello 2014 e il Premio Arturo Loria 2014.
Morte di un uomo felice
Giorgio Fontana
Sellerio Editore, 2014, 261 pag., € 14,00
Disponibile in eBook a € 9,99








