Muro di casse, Vanni Santoni

Perché sognare un quarto d’ora di celebrità se potevi prenderti dieci o venti ore al centro dell’universo? Vaffanculo a tutto e tutti, no? E la bellezza. Potevamo creare ovunque la bellezza: in ogni angolaccio, sotto a ogni cavalcavia, poteva sgorgare una fonte di meraviglia. Ogni periferia, ogni cittadina di provincia senza più guizzi poteva tornare a splendere e ribollire per una notte. E non parlo solo dei posti dove andavamo: il fatto che andassimo in alcuni faceva sì che tutti, in potenza, custodissero la bellezza.

Muro di casse, ultimo lavoro di Vanni Santoni, inaugura la nuova collana Solaris della casa editrice Laterza.
A metà strada tra il romanzo e il saggio, l’opera tenta di raccontare il fenomeno dei cosiddetti raveparty iniziati intorno al 1989 in Europa.

Attraverso le vicende e le prospettive di tre protagonisti riviviamo motivazioni e riflessioni su quel fenomeno così spesso bistrattato dai media e dai giornali.
Jacopo, Cleo e Veridiana raccontano cosa è significato per loro e come è iniziata la passione per la tekno e per i grandi raduni.
Ogni esperienza è a sè e risponde a precise logiche e necessità, segno che è impossibile ricondurre ad un’unica fonte esperienzale la mistica del rave.

Vanni Santoni scrive davvero bene ed è un piacere accompagnare i suoi personaggi in giro per l’Europa attraverso esperienze più o meno sicure, più o meno bizzarre e vivere con loro le tensioni e l’esaltazione di un raduno.

Ma cos’è stata questa febbre dei free party, questo incontrarsi in luoghi improvvisati, spazi enormi, riappropriarsi del proprio territorio per celebrare la libertà di un divertimento al di fuori di ogni schema imposto se non una grande manifestazione e affermazione di sé?
Io credo che il succo del libro di Vanni sia proprio questo: i rave sono stati una grande forma di libertà espressiva, di controcultura, di ricerca di libertà.
Mal capiti dalla grande folla che si è fermata alle descrizioni superficiali e marginali dei media e si è fatta impaurire dalla parola droga, i free party sono stati catalogati spesso come ritrovi pericolosi di gente strafatta.
In realtà gli incidenti capitati nel corso di questi raduni sono pochissimi, i ragazzi andavano a ballare, a salutare la loro voglia di un divertimento non legato ad etichette.
I muri di casse che si innalzavano nelle notti e da cui la musica pompava nei loro cuori diventavano, per un paio di giorni o più, i muri di quella casa ideale fatta di musica, incontri e spiritualità.
I rave come incontro quasi religioso in cui il ballo, parossistico e sostenuto dall’uso di droghe, portava i suoi fruitori ad uno stato di beata esaltazione.

Non sono mai andata ad un rave, non solo perché è mancata l’occasione o la compagnia giusta ma perché non sono una così grande amante della musica tekno..
Amo però ballare, pur se mi scateno di solito a suon di house o del più volgare puttanpop commerciale, e leggendo le parole di Muro di casse ho ritrovato in parte ciò che mi spinge a scegliere di passare la serata ballando fino all’ultima nota del dj piuttosto che da un’altra parte: l’assoluto piacere di seguire il ritmo della musica che diventa il ritmo del cuore, il condividere con perfetti sconosciuti un attimo di pura perfetta estasi.
E mi vengono in mente queste parole di cui non ricordo l’autore

Coloro che danzavano erano considerati folli da coloro che non riuscivano a sentire la musica

perché il fenomeno dei rave, forse, non è comprensibile fino in fondo da chi non l’ha vissuto però il libro di Santoni, nel tentativo di tracciarne una storia, riesce a dare dignità a quel fenomeno rendendolo non solo capibile ma facendo nascere una grande nostalgia per ciò che è stato in chi legge.
Chapeau Vanni, grande libro.
Buona lettura.

Muro di casse
Vanni Santoni
Solaris Laterza, 2015, p. 143, €. 11,90

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