Roberta Michelotto: I molteplici volti della violenza

Come vi avevamo accennato nel post di presentazione di questo mese, abbiamo chiesto ad amici di Zebuk di scrivere qualcosa sulla violenza e la paura, affrontandole sotto diversi punti di vista.
Siamo contente di aver avuto già delle adesioni che ci fanno assai piacere (e vi ricordiamo che, se volete dare anche voi il vostro contributo al tema di giugno, non dovrete far altro che inviarci un messaggio al nostro indirizzo email, zebuk.staff@gmail.com)
E vogliamo iniziare guesti guest post davvero speciali con l’intervento probabilmente più “tecnico” di tutti:

quello di Roberta Michelotto, che oltre ad essere un’amica è soprattutto una psicologa.
Quindi chi meglio di lei può introdurci in un argomento così vasto e complesso?

E abbiamo anche il piacere di annunciarvi che questo post segna l’inizio di una collaborazione mensile con Roberta, che curerà su Zebuk una  rubrica psico-letteraria.
Perchè, oramai lo sapete bene, per noi la lettura e i libri sono un’esperienza da fare a tutto tondo.
Ed ora lasciamo la parola a Roberta..

Buona lettura!

I mille volti della violenza

Violenza, una parola che fa paura perché in sé racchiude una forza devastante, ed è indifferente delle sorti che infligge a persone o cose.
E’ un dato di fatto che la violenza appartenga alla “condizione umana”, così come la sofferenza, la follia o la morte.
Ha molteplici espressioni che spaziano dalla prevaricazione dell’uomo sull’uomo, alla sopraffazione di un gruppo sugli altri.
La forma più eclatante di violenza in tutte le sue manifestazioni, è la guerra.

Ma si parla di violenza anche nel caso dello sfruttamento di popolazioni povere economicamente ad opera di paesi industrializzati e quando si distrugge un ecosistema in nome del progresso.
Ci può essere violenza sul posto di lavoro (mobbing), a scuola (bullismo), negli stadi, violenza sulle donne, sui bambini, tra familiari, tra vicini di casa.
Se ci pensiamo un attimo e in questo la cronaca ci aiuta, sembra che la violenza imperi in ogni dove.
“Fare del male” insito nel comportamento violento, rispecchia lo stato dell’essere interiore.
È difficile da credere, ma il male e il bene sono entrambi presenti in ognuno di noi e i nostri comportamenti sono condizionati dal contesto sociale molto più di quanto pensiamo.
Siamo convinti che i responsabili di azioni atroci e aberranti siano delle persone “disturbate mentalmente” e che il loro comportamento deviato sia dovuto a disfunzioni neurologiche o anomalie genetiche.

Il nostro modo di pensare, però, è prigioniero di un modello culturale che ci porta a credere che le persone possano essere raggruppate in due grandi categorie distinte: i buoni (Noi) e i cattivi (Loro).

Raramente ci si sofferma sul fatto che la linea di demarcazione tra il bene e il male è molto sottile.
Molte ricerche in psicologia sociale lo dimostrano, e già dagli anni ‘70 è stato ampiamente evidenziato, come delle persone tranquille e rispettose delle norme sociali, possono trasformarsi in determinate circostanze in criminali violenti.
Violenza e aggressività, due termini che spesso confondiamo ma che non sono intercambiabili.
Si può essere aggressivi e violenti, oppure aggressivi e non violenti.
L’individuo aggressivo e non violento è una persona che controlla i propri impulsi e può ricorrere alla violenza solo in casi estremi.
Essere violenti vuol dire mettere in atto dei comportamenti con l’intenzione di provocare sofferenza e dolore.

La violenza si rivolge ad oggetti differenti e non si interessa della sorte dell’oggetto anche se viene distrutto.
L’aggressività, invece è un impulso, una manifestazione della forza vitale.
Può trasformarsi in violenza oppure in grinta.
L’aggressività ha sempre un oggetto preciso e definito.

Esiste un’aggressività “sana”, creativa, passionale che permette di fare cose straordinarie, di far fronte alle situazioni più diverse, di sentirsi vivi e partecipi. Esiste anche una collera etica, giustificata dagli eventi e necessaria di fronte alle ingiustizie. Ci si può arrabbiare perché si odia profondamente ma anche perché si ama, per ostilità e per amicizia. Si tratta in questo caso, di una forma di adattamento indispensabile per mantenere un buon equilibrio psicofisico, è funzionale all’affermazione di sé e alla tutela della propria identità. Serve per difendersi ma anche per attaccare quando è necessario.
L’aggressività sana, è indispensabile in alcuni contesti: serve ad ottenere rispetto e a comunicare all’altro quali limiti non devono essere superati. Avere un po’ di grinta, inoltre, ci aiuta a non diventare facili bersagli e a non lasciare che altri calpestino i nostri diritti.
Nessuno nasce “violento”, ma tutti possiamo diventarlo…..e questo, a scanso di equivoci non vuol dire assolutamente giustificare un’azione violenta.

“Non c’è niente di più facile che condannare un malvagio, niente di più difficile che capirlo” (Feodor Dostoevskji)

 

Per ulteriori approfondimenti:

Letture consigliate

Silbietta
40enne, mamma di una ex Vitellina, moglie di un cuoco provetto. Le mie passioni: lettura e scrittura. E ZeBuk. Fresca Expat in quel di Londra, vago come un bambino in un negozio di giocattoli nei mercatini di libri usati. Forse è questo il Paradiso!

8 COMMENTS

    • Grazie a te Matilde. Approfondire questo, come tanti altri argomenti è fondamentale per non farci intrappolare in “luoghi comuni” che limitano la libertà di pensiero e frenano la possibilità di fare un ragionamento più ampio, che prenda in considerazione prospettive differenti.

  1. Sono contenta anche io di averti con noi. Bellissimo post, io sto leggendo un libro sul bullismo, visto però dalla parte del bullo: Mio figlio è un bullo?

    • Grazie a tutte voi Angela per l’opportunità, che ho accolto con molto piacere. Come ho scritto anche a Matilde, sono convinta dell’importanza di vedere un problema sotto diversi punti di vista. Questo non vuole dire assolutamente giustificare un determinato comportamento, ma aiuta ad avere un quadro più completo della situazione, o per lo meno del perchè di certi atteggiamenti. Credo inoltre, che “andare oltre” l’evento in se stesso possa essere utile a non giudicare nessuno a priori.

  2. Arrivo anch’io a ringraziarti, Roberta!
    Questa nuova avventura sarà interessante e molto produttiva, mi auguro, per tutte noi… Benvenuta a bordo! 🙂

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