A passeggio tra la poesia: la difficile letizia poetica

Ancora un altro passo leggero dentro le letture poetiche; oggi Fosca ci accompagna a scoprire la poesia della gioia, difficile da creare e complessa da comprendere a fondo. Vi lascio alle sue parole, buona lettura.

“Ma lo vedi come ti amano le cose?
Come languono le porte che non son la tua
quanta vergogna han gli spigoli delle scale
con che fanfara t’accoglie l’aria
con che svenevolezza l’erba?
E guarda le pozzanghere
tentar perfino onde per arrivarti ai piedi!”

 

Avete mai incontrato un Santo? Un Carismatico?
Una di quelle persone che nel suo vivere abbaglia.
A volte, ma mai spesso, capita. E non accade alla fine di una ricerca, ma per caso.

Così con le poesie; quando ti affezioni ad un poeta e lo consumi, quando arriva a dirti tutto quello che, in quel momento aveva da dirti, è ora di metterlo a riposo per un po’.
Io vivevo in questo limbo, con la vacanza di santi e carismatici del verso, finché non ho incontrato Laura Liberale.

Correggo: ho incontrato prima i suoi versi, acquistando un anno fa l’ultima antologia dei poeti Einaudi
che, di norma, non fallisce.
E in quella raccolta, tra le poete – tutte donne per combinazione (io la voglio vedere così), c’era lei e i suoi versi. Ricordo ancora dov’ero quando lessi

 

“Col tramonto una pace d’oleandri
e di cime di pini. Anche l’azzurro
è sincero, nient’altro che se stesso.
Così la morte. Non morde più.
E che Dio ancora taccia, non fa male.
Oggi riesco a essere tua madre.”

 

e che mi precipitai a fotografare la pagina e spedirla alla mia amica amante della poesia anche se era già notte e i bambini di entrambe dormivano.
Perché era tutto un brillare d’amore filiale.
Poi ho incontrato il libro per intero.
SARI (poesie per la figlia)” è un libriccino de I Miosotìs dove Laura canta il più difficile dei canti.
Quello allegro, quello perfetto, dell’amore della madre per una figlia di pochi mesi.
La letizia perfetta che si sprigiona dalla dissoluzione dei tormenti, delle domande, dell’assenza di risposte su di sé; la “compassione” perfetta che nasce dall’immanente travolto dalla potenza della compassione stessa.
Parlare dell’indicibile, del superbo senso materno umilmente riflesso dall’universo neonato – un canto spoglio e (come va di moda ora dire, ma qui è vero) francescano, nel senso più profondo del termine.
Una Christina Georgina Rossetti alla scoperta del dharma, senza Calvino sulla schiena.
Nel primo di questi appuntamenti parlavamo di come sia differente scrivere poesie o “poesia”.
L’evoluzione naturale della poesia, per me, è la poesia lieta: quella che risana e guarisce l’autore e chi legge, una delle più complicate da comprendere (la grazia che si regala a se stessi è il risultato di una sofferenza sublimata, quindi vinta o, perlomeno, accettata). E’ la più tortuosa da scrivere perché alla gioia non servono parole e, proprio per questo, trovare quelle giuste è dato solo a chi scrive abbagliando, ai carismatici del verso come Laura.

 

“Lo confesso.
Se io e te facciamo cuccia nel lettone
e con le gambe ti puntelli il sonno
contro la mia pancia
senza troppa colpa mi viene da pensare
che Padre e Figlio sarebbero perfetti
e ambobastanti
anche se il Santospirito se ne dormisse sempre
lassù in mansarda.”

:: Se la vostra curiosità vi consiglia di acquistare i libri indicati nel testo, fatelo attraverso i link indicati e ne saremo felici anche noi.

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