A passeggio tra la poesia : Alla fine è la parola di Hilde

LIBRO HILDE DOMIN

Per noi, a cui è bruciato lo stipite della porta,

sul quale erano segnati

gli anni dell’infanzia

centimetro per centimetro.

Le librerie degli anni ’90 avevano un loro fascino, con l’epoca digitale così distrattamente lontana.

A Cuneo ce n’era una che adoravo, aveva un’intera parete di poesia; lì scoprii Seamus Heaney ben prima del Nobel, la Szymborska (non quella onnipresente da cioccolatini, come la Merini, no, quella di Scheiwiller all’inizio, nei libriccini con le copertine celesti e i disegni stilizzati), la Anedda.

Arrivavo davanti a quella parete che ricordo gigante e, una volta al mese, qualcosa di nuovo c’era: un Meridiani particolare, un libro femminista e tutto s-centrato sulla Plath (uh, quanti ne ho di quelli, un giorno ci scrivo su perché fanno davvero ridere a leggerli dopo 20 anni!), una traduzione nuova del Paradiso di Milton che avrebbe ammazzato di noia anche i tafani.

Ma tanto era: ogni mese l’occasione di trovare un regalo in quello scaffale.

Per caso in questi ultimi due anni sono passata spesso nella medesima libreria.

Lasciando da parte che c’ha messo più di tre mesi a capire come richiedere il mio libro e farlo arrivare ad una decina di lettori di Cuneo (cosa che dà l’idea del rapporto tra le librerie e le case editrici che non si chiamano Einaudi, almeno per quanto riguarda la poesia …), ecco lasciando da parte questo, ho notato la spazialità delle poesie e la riduzione drastica dello spazio stesso in soli due anni.

Si partiva da una bella libreria all’entrata, dove, oh miracolo!, campeggiavano ultime novità e robette moderatamente rare.

Poi, nel giro dei 12 mesi, ecco che gli scaffali si spostavano in una zona ben più nascosta, per lasciare l’entrata e la gloria all’ennesimo Camilleri e alle sfumature del sexy arcobaleno.

Ho fatto in tempo a comprare la raccolta delle poetesse Einaudi (appunto) e gli scaffali son diventati un mobiletto che aveva sostituito i pochi tentativi rimasti di aggiornamento con i libretti autoprodotti dei poeti locali.

HILDE DOMINQuando ci sono entrata il mese scorso ho visto i pochissimi testi rimasti (Merini, Salinas, un po’ di Leopardi scolastico e un Eliot ingiustificabile nel marasma) assediati a destra dall’Iliade e l’Odissea, a sinistra dai libri fotografici delle poesie di Marilyn Monroe e mi è presa una tristezza infinita, non tanto per la collocazione minima ma per l’abbruttimento della curiosità.

Così, quando invece in una libreria di Torino, per caso mi trovo tra le mani l’opera di Hilde Domin (e chi è??? Eh??? Chi è??? Chi lo sa senza usare Google dai???) e leggo a caso qualche poesia mi si apre un doppio mondo. Quello della speranza, prima di tutto, perché ci sono ancora posti in cui c’è lo stesso numero di copie tradotte di Salinas e di Chaucer, di Breton e di Emily Dickinson.

Eppoi quello felice della scoperta: trovare una nuova lettura poetica che coinvolge ogni mio nervo è cosa rara; leggo testi bellissimi, ma quasi mai trovo poesie che vanno oltre l’ammirazione (“vorrei averlo scritto io” per intenderci), per sconfinare nell’inarrivabile.

Hilde Domin, la cittadina del mondo, quella che appare come un gioiello in mezzo alla fuffa in versi di molte nuove pubblicazioni, ecco, lei è imperdibile. Se proprio volete avere un libro di poesia sullo scaffale, procuratevi questa edizione curata da Paola Del Zoppo che vi illumina, con una nota introduttiva cristallina e insostituibile su chi, ma soprattutto su cosa, è la Hilde Domin.

Scrive la Del Zoppo: “In poesie brevissime sceglie di comunicare continuamente con il lettore tramite parole quotidiane, e lascia rivelare al ritmo e alla concatenazione la materia poetica”.

Eccovi due letture meravigliose.

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Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.

 

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Per noi, a cui è bruciato lo stipite della porta,
sul quale erano segnati
gli anni dell’infanzia
centimetro per centimetro.
Noi, che non piantammo
un albero nel nostro giardino
per mettere
una sedia nella sua ombra crescente.
Noi, seduti sulla collina
come pastori incaricati
delle pecore di nuvole, che avanzano
nel pascolo blu sopra gli olmi.
Per noi, sempre in cammino
– un viaggio lungo una vita,
come tra pianeti –
dopo un nuovo inizio.
Per noi
nascono i colchici autunnali
negli scuri prati dell’estate,
e il bosco si riempie
di more e rosa canina –
Perché possiamo vedere nello specchio
e imparare
a leggere il nostro viso,
nel quale lentamente
si svela l’arrivo.

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