Intervista a Antonio Manzini

Dopo aver scritto per noi la recensione di La costola di Adamo, Luana Troncanetti ci ha inviato una bellissima intervista con l’autore. Ve la proponiamo qui, da leggere tutta d’un fiato. Buona lettura!

Di Rocco ci si innamora in un secondo, di Antonio l’attimo immediatamente precedente. Il perché si può comprendere soltanto incontrandolo di persona. Raccontare Manzini in poche parole\ non è un’operazione alla portata delle mie limitate capacità descrittive, ma ci proverò in ogni caso.
Per le presentazioni dei suoi libri non veste in giacca e cravatta. In genere indossa scarpe sportive, pantaloni stazzonati e camicia di jeans. Non sfoggia ciocche abilmente cesellate dalle forbici di un parrucchiere, porta spesso i capelli lunghi e la barba incolta in un delirio ipertricotico che ad altri regalerebbe l’effetto “appena rilasciato da un sequestro di sei mesi” ma a lui dona un irresistibile fascino bohémien.
È uno scrittore non convenzionale, uno che non si mette mai la mano sotto il mento e fissa ispirato il nulla a sottolineare alla platea in estasi che lui “ssssscrive”. No. Lui scrive, semplicemente, e lo fa bene.
Perché ci si innamora di Manzini? Per quel suo modo così schietto di porsi, per il sorriso sornione che illumina all’improvviso la sua faccia burbera, perché è un uomo incredibilmente arguto e divertente, capace di principiare un discorso in italiano purissimo e, un istante dopo, sparare una battuta fulminante in trasteverino che ti stende. Letteralmente.
Un antidivo, così lo definirebbero gli orfani di fantasia, parecchio lontano da certe figure scrittorie che assumono pose da pop star e intraprendono tournèe da far singhiozzare di invidia Lady Gaga per capillarizzare il frutto delle loro fatiche. Manzini si “limita” a narrare storie e incontrare con piacere i suoi lettori quando se ne crea l’occasione, spesso senza neppure pubblicizzare gli eventi.
La mia impressione è che scriva, fondamentalmente. Il che, a pensarci bene, dovrebbe essere il compito principale di ogni scrittore.
Antonio Manzini inventa storie fin da ragazzino, a vent’anni entra nell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e diventa allievo di Andrea Camilleri, ha lavorato come attore cinematografico e televisivo, è uno sceneggiatore e autore di diversi racconti e romanzi. Nel 2013 la sua penna partorisce il personaggio del vice questore Rocco Schiavone, un poliziotto sui generis permeato fino al midollo del cinismo, l’arroganza, l’ironia e il sarcasmo inequivocabili marchi del carattere capitolino.
So che Antonio non è più innamorato della sua Roma: “E’ una città che ormai detesto con tutto me stesso, perché non è più a dimensione d’uomo. E’ sporca, volgare, aggressiva e ha perso quel poco di naturale bellezza che aveva fino a pochi anni fa. Roma si è incattivita, e per me è una cosa terribile. Per me che l’ho amata e vissuta per tanti anni, ora non la riconosco più.” La prima domanda che vorrei porgli verte proprio su questo argomento.
Pensi che l’amore per la tua città si sia irrimediabilmente esaurito, oppure credi che in qualche modo potrebbe esserci un ritorno di fiamma? Cosa dovrebbe fare Roma per riconquistarti?
Più che Roma i romani. E di loro ormai non mi fido più. Credo che la mia città sia solo uno specchio dei tempi in cui è il paese tutto a naufragare nella volgarità e nella pornografia. Per pornografia non intendo quei filmini a luci rosse o le foto di nudi, parlo di quello che circonda gli italiani e che arriva dalle trasmissioni televisive, dai dibattiti politici, dalle starnazzate delle oche e dai manifesti apodittici di chi sa di avere la soluzione in mano e sguazza in tutto questo fango.
La lettera d’amore più intensa/buffa/fuori dagli schemi che tu abbia mai scritto. Me la racconti?
Sono felice che tu dica lettera d’amore, perché conosci la mia età e sai che io non avrei mai potuto scrivere mail d’amore. Quando scrivevo lettere d’amore ero serioso e palloso. Forse perché a vent’anni si è un po’ troppo seri, o almeno io lo ero. E sinceramente non me le ricordo. Sicuramente erano noiose da morire. Non ricordo infatti una sola storia d’amore legata a quelle lettere che sia durata più di una decina di mesi.
“Scrivo dai tempi dell’asilo” è una frase che leggo spesso nelle biografie degli scrittori, come se ciò garantisse la qualità del prodotto. È un biglietto da visita onnipresente soprattutto in quelli che difettano del dono della buona penna. In quei casi, da brava romana, mi piacerebbe replicare: “E ancora nun te sei imparato?”, però mi astengo. Seriamente: pensi che si possa in qualche modo “imparare a scrivere”, acquisire cioè capacità con il tempo, lo studio e la pratica oppure talentuosi si nasce?
Mah… io credo che come ogni attività umana abbisogni di esercizio per essere sviluppata. Ma concedimi di aggiungere che per imparare a scrivere, oltre a scrivere, bisogna leggere. Tanto. E bene.
Lo scrittore è per molti una sorta di custode di capacità soprannaturali. Decongestiona la mente di chi è affascinato, spesso in modo insano, da una figura ingiustamente idolatrata. Destruttura come soltanto tu sai fare. Sempre se ti va, ovvio.
Cominciamo col dire che secondo me di scrittori ce ne sono pochi. Ci sono buoni narratori. Che non fanno altro che raccontare storie, al meglio delle loro possibilità. Storie che possono emozionare, far riflettere, ma niente più di questo. In parte credo che gli scrittori scrivano per accontentare un narcisismo che credevo allignasse solo nelle anime deturpate degli attori. Invece mi devo ricredere. Narcisismo insomma in buona percentuale. C’è poi una buona presenza di ego (spesso ho visto arrivare alle presentazioni prima l’ego poi lo scrittore) che però è legata al narcisismo, quindi i due punti in realtà sono solo uno. C’è del buon artigianato, in alcuni casi anche dell’arte. Spesso grande prosopopea e noia a strafottere. Però è una mia personalissima opinione. Penso poi a una percentuale di persone, percentuale bassina, che scrive per necessità, per la voglia impellente di raccontare una storia o dispiegare al meglio delle emozioni. Ma alla fine non è detto che necessità o impellenza facciano scaturire i risultati migliori. Le migliori intenzioni sì. Io conosco uno scrittore che se non scrive muore. Si spegna come una candela. E i suoi sono libri bellissimi. Ma il nome non lo dico.
Qual è la situazione che ti imbarazza di più?
Mi imbarazzano i complimenti oppure essere beccato con la porta aperta nel WC. Mi imbarazza la mia nudità. E mi imbarazza fare delle gaffe.
Hai per caso una paura irrazionale da confessarmi? Io, ad esempio, ho il terrore delle lumache. Riesci a battermi oppure, più banalmente, temi il buio e/o la vecchiaia?
La malattia. Mi fa terrore la malattia. E i cretini.
Io farei cose brutte, molto brutte a chi usa indiscriminatamente i puntini di sospensione. Cose che farebbero frignare di paura persino Dexter. Non li comprendo, non li amo, li vedo come un orpello superfluo e grottesco. Condividi la mia idiosincrasia, oppure è veramente ora che io contatti uno bravo?
No i puntini di sospensione… per me che scrivo anche parecchie sceneggiature, sono un modo per far capire all’interprete più o meno il tono da usare in un dialogo… vanno usati con molta parsimonia secondo me…
Irresistibile la classifica delle rotture di coglioni stilate sistematicamente da Schiavone. Mi dici cosa fa maggiormente girare le scatole a te? Mi accontento anche delle prime tre posizioni, non sono avida.
Errori di distrazione. Quelli che ti fanno la lezioncina. Le interviste.
Qual è la tua migliore pallina antistress? La sigaretta, i dolci o i tuoi adorati cani?
La prima e i terzi.
Il tuo rapporto con il social networks?
Conflittuale. Parlo solo di Facebook, che è l’unico che utilizzo. Ma sto pensando seriamente a togliermi di lì.
Una delle peculiarità di Rocco è quella di trovare parallelismi fra gli esseri umani e gli animali. Se Schiavone si trovasse di fronte Manzini, a quale bestia lo paragonerebbe?
Una gru.
Metti una sera a cena, tu e il tuo straordinario personaggio. Mi improvvisi qualche battuta di un dialogo fra voi due?
-Che te prendi Rocco?-
-A magnà qui? Er tetano! Cambiamo ristorante, va’, che è meglio.-
Posso dichiarare pubblicamente che sei stato di una cortesia sconcertante nel concedermi il tuo tempo, di un’affabilità e disponibilità a dir nulla commoventi, oppure io passo per subdola incensatrice e tu per gentiluomo e ci stronchiamo entrambi la reputazione? “
No, perché aspetto il bonifico che mi hai promesso.

di Luana Troncanetti

Sono quella che legge due libri contemporaneamente, quella che ha l'e-reader, io piango quando la scrittura è bella, divento il protagonista del libro. Curiosa, tento di infilarmi in tutti i generi, scegliendo tra i grandi classici e osando nuovi autori. L'unica certezza che ho: non mi basterà questa vita per finire la mia lista dei desideri. "Io penso, disse Anna sfilandosi un guanto, che se ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d'amore quanti cuori" (Anna Karenina)

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