Intervista a Sara Locatelli

Ciao Sara e benvenuta su Zebuk. Che ne dici di condividere con i nostri lettori un po’ di te? Chi è Sara nella vita di tutti i giorni?
Sono una mamma di tre splendidi figli, Marta di 15 anni, Elisa di 12 anni e Lorenzo di 9 anni, che con le loro vite in continuo divenire rendono le mie giornate una scoperta sempre nuova; un’insegnante di lingua e letteratura italiana e latina presso il liceo Racchetti di Crema, la mia città, dove, ormai più di vent’anni fa, ho scoperto la passione inesausta per il mondo classico ed ora cerco di insegnare ai miei alunni lo stesso entusiasmo che provo ogni giorno quando mi trovo davanti a loro, insieme alla fatica di una professionalità incrollabile che la responsabilità di istruire le generazioni di domani comporta, perché, in futuro, possano, ricordandola, metterla in qualsiasi lavoro sceglieranno di realizzarsi; leggo continuamente perché non smetto mai di ricercare, soprattutto romanzi che indaghino la complessità dei rapporti umani e i moti dell’anima, forse perché la mia, nonostante i quarant’anni ormai superati, è sempre inquieta; sto terminando la scrittura di due racconti che mi sono stati commissionati dalla Rete Con-Tatto, che nel territorio cremasco opera contro la violenza sulle donne, una causa in cui credo molto; nel tempo libero mi piace correre, tutto mi appassiona e mi seduce, insomma, sono innamorata della vita, non solo della mia ma quella di tutte le persona che incontro perché ho un’innata inclinazione a cogliere i bisogni dell’altro e farmene carico, soprattutto nei momenti di difficoltà in cui è necessario prendersi cura, vocazione squisitamente femminile. Di contro, sono timorosa, disordinata, impulsiva, forse troppo fiduciosa, impaziente, irrequieta e decisamente ansiosa.

Hai scelto un titolo molto bello per il tuo primo romanzo ma anche un po’ elitario. Puoi spiegare ai nostri amici il perché di questa scelta?
Diastémata è la distanza che intercorre tra due note, uno spazio impercettibile fatto di vibrazioni leggere, così sottili che rischiano di sfuggire all’udito e trasformarsi in silenzio. È la metafora delle relazioni umane, dove un segreto taciuto può dividere o tracciare la strada per ricomporre le esistenze in una nuova melodia. È una parola suggestiva, che vuole suscitare l’interesse e la curiosità del lettore, la cui origine risiede in Platone, dunque rimanda alla cultura greca che tanta parte ha avuto nella mia formazione. Si tratta di un titolo che vuole lanciare una sfida perché rivela la convinzione che, in un mondo compulsivamente proiettato in avanti, sia spesso necessario tornare alle origini per comprendere meglio il presente in cui viviamo e prendere coscienza che non esiste storia individuale senza un passato da cui partire, che sia il passato della genesi della cultura occidentale, quello privato e famigliare, o quello della Storia collettiva che, nel romanzo, continuamente si intrecciano fino ad arrivare a coincidere.

I miti greci evocano tutti gli archetipi dei sentimenti e delle passioni umane, e questo li rende estremamente duttili, vitali e attuali di epoca in epoca, capaci di adattarsi alla dimensione storica in cui vengono calati. Ad esempio, viene preso in considerazione l’archetipo della donna abbandonata in amara solitudine alla sua disperazione, ma nel romanzo viene inserita in un contesto storico-politico che ne sottolinea la fatica nella vita quotidiana, le difficoltà rispetto alla morale comune nonché nel mondo del lavoro. La traduzione italiana, Distanze, deriva dalla volontà di abbracciare tutto il pubblico, perché la cultura non deve mai essere un fine bensì un mezzo per conoscere se stessi e gli altri con cui entriamo in relazione e scoprire che i dolori e le sofferenze che attraversiamo appartengono da sempre alla natura umana la cui caratteristica principale è proprio la fragilità.

La tua protagonista Viola ha alcuni punti in comune con la tua vita? C’è qualcosa di te in lei o in un’altra delle protagoniste del libro?
Premetto che, anche se l’idea di un io contemporaneamente autore e narratore incanta romanzieri e lettori, la vita e la letteratura sono diverse e per questo gli autobiografismi, seppure seducenti, sono spesso fuorvianti, soprattutto per quanto mi riguarda, perché mettere al centro il mio io va contro la mia natura tendenzialmente schiva.
Il mio romanzo vive dunque di vita propria, anche se vi si possono ravvisare dei tratti di un percorso comune a tutti, il percorso che credo ognuno di noi compia alla ricerca prima di se stesso, di quale uomo e donna vuole essere, per poi aprirsi ad un altro da sé rispetto al quale mantenere la propria essenza faticosamente costruita in modo che l’unione, il dono reciproco, porti non alla confusione ma al completamento.
Certamente, all’interno di un romanzo uno scrittore non può evitare di far trasparire una sua visione del mondo, che può anche, come nel caso di Diastèmata, arrivare a concludere che la verità ha molteplici sfaccettature e proprio in questo ciascuno ha modo di riscattarsi e di trovare da parte dell’altro, se non la piena comprensione del proprio agire, troppo individuale per penetrarvi in via ragionativa, almeno una ricomposizione nel territorio degli affetti e dei sentimenti che consente l’apertura all’altro nel riconoscimento di ciò che accomuna al di là di ogni ragione, la fragilità di cui ho parlato prima, da cui scaturisce il perdono.
Vi sono tuttavia dei tratti nella figura di Viola che mi evocano, ad esempio la sua professione di insegnante, la sua passione per la scrittura, che tuttavia nel mio caso non è legata alla letteratura per l’infanzia, o una certa tendenza a rifugiarmi in un mondo fiabesco quando troppa realtà mi invade e mi ferisce.

Le tue protagoniste sono tre donne: nonna, madre, nipote. Cosa pensi delle donne contemporanee?
Diastèmata vuole anche essere una riflessione sulla donna contemporanea presentata attraverso una visione diacronica, poiché le tre protagoniste della narrazione riflettono momenti diversi del riconoscimento sociale femminile nella storia. I due estremi, che rappresentano il passato e il futuro, sono nonna Bimba e Giulia, sua nipote. Bimba è nata nel 1950 e viene esposta all’Istituto Provinciale di Protezione e Assistenza all’Infanzia e alla Maternità di Milano da una levatrice che, dopo la separazione da un marito violento, era fuggita dove nessuno spargesse in fretta e furia acqua benedetta dopo il suo passaggio come bel ringraziamento per aver fatto nascere una creatura innocente già però profanata dalle sue mani; diventa in seguito donna in un contesto di sospetto della morale comune nei confronti delle ragazze madri e di conseguente fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro; Giulia si pone come la nuova generazione della donna emancipata, studia biologia per diventare genetista perché è libera di costruire il suo progetto di vita in un’epoca meno soggetta a discriminazioni. Viola vive la condizione a metà dell’epoca contemporanea, è una donna che non si è ancora liberata del tutto dai pregiudizi, soprattutto quello dell’amore femminile come dono così totale di sé da divenire abnegazione, ma è separata dal marito senza che questo provochi reazioni di isolamento nel contesto in cui vive e realizzata dal punto di vista lavorativo. Accanto a loro si situano degli uomini sfuggenti, ma in Bimba dirompe un amore che perdura e riesce a spezzare le catene della storia, mentre Gabriele, l’amante di Viola, è imprigionato nella voluttà del presente, come spesso accade nelle coppie moderne, per cui il motivo dell’abbandono è declinato diversamente nei due casi.

I due racconti relativi al fenomeno della violenza di genere che sto scrivendo, ambientati in due contesti socio-economico-culturali molto diversi tra loro a sottolineare la trasversalità del fenomeno, sono, da parte mia, un modo concreto di aiutare la donna contemporanea a compiere quei passi che possano portare alla creazione di una cultura di rispetto e di pari opportunità.

La cosa che colpisce di più durante la lettura del tuo libro è la tua capacità di raccontare favole e di intesserle nella trama originale. Sei un’amante delle fiabe come metafora della vita?
Le fiabe faticano a sopravvivere nel mondo contemporaneo che spesso ha denti così affilati da divorare tutto, anche la poesia, e per questo ho avvertito la necessità di tenerle in vita nel romanzo. Sono un modo per restituire significato alla realtà, illuminando profondità altrimenti inaccessibili alla superficie che svelino intatte le fondamenta della nostra esistenza, come l’amore, la speranza, la maternità. Il rischio, come dichiarato sin dall’inizio, è perdere l’equilibrio tra il segreto della verità che racchiudono e la menzogna dell’illusione che ne può nascere, come accade alla protagonista, Viola, che sembra inizialmente essere calata nella dimensione eternamente uguale a se stessa del mito, pur nelle innumerevoli varianti cui cerca di aggrapparsi con mille sofismi per tenere in vita la fiaba dell’amore con le uniche parole che è in grado di pronunciare, le parole dell’irrealtà. L’intero Diastemata assomiglia ad una fiaba, ma senza lieto fine perché la realtà non è una favola, così come la conclusione del romanzo non è la perfetta ricostruzione delle vite che vi prendono parte ma piuttosto uno scioglimento che riesce comunque a restituire un senso positivo alla composizione musicale delle esistenze, se vogliamo riprendere la metafora insita nel titolo del romanzo.

Il tuo romanzo ha avuto un riscontro molto positivo. Ti aspettavi tutto questo?
 Credo di aver sperimentato che il genere umano è ancora generosamente in grado di accordare fiducia ai propri simili, perché non immaginavo che tante persone mi stimassero a livello personale e lavorativo al punto da sostenermi incondizionatamente in questa avventura attraverso la lettura del romanzo, consigliato o regalato poi ad altri in una catena che non si è ancora interrotta. Per quanto mi riguarda, dopo la pubblicazione mi sono accostata al romanzo con estrema timidezza ed umiltà, poiché so che un’opera prima può contenere degli spunti positivi ma ha senza dubbio anche molti aspetti migliorabili, se non vogliamo apertamente parlare di difetti. Tuttavia, il motivo di gioia più grande è stato confrontarmi con i lettori e sapere che hanno trovato in Diastemata un rifugio per l’anima, un sostegno, un aiuto che ha donato loro una tessera in più nell’interpretazione del mosaico della propria vita.

Quali sono gli scrittori che più ti hanno influenzato?
 Per quanto riguarda la capacità di rispondere alle domande dell’uomo con uno stile potente, a tratti impietoso, sicuramente è stata illuminante la lettura dei romanzi della collana ‘Iperborea’, in particolare quelli di Stefànsson, che ho divorato contemporaneamente alla scrittura del testo. Altrettanto significativo l’influsso di scrittrici come Isabel Allende, Marcela Serrano, Alice Munro e Almudena Grandes, senza dimenticare Patrick McGrath o IanMcEwan. Non trascuro poi gli autori israeliani, come David Grossman e il suo coltello che mi si è conficcato nell’anima, e l’inarrivabile Zeruya Shalev. Non posso che ammirare la loro capacità di dare voce all’interiorità senza sconti, in modo diretto e lucido quanto viscerale. Credo che sarà questa la direzione che prenderò, e che ho già intrapreso nei racconti scritti per la Rete Con-Tatto contro la violenza sulle donne, per continuare sulla strada della scrittura.

Quale è il tuo personaggio o scrittore del cuore?
Questa è una domanda impossibile, il cuore è grande e può contenerli tutti! Se però devo pensare al mio primo amore, devo indicare Un uomo, di Oriana Fallaci.

Ed ora, ringraziandoti per la pazienza, ecco l’ultima domanda. Quali libri ha al momento Sara suo comodino?
Sul comodino in questo momento ho l’ultimo romanzo dell’Allende, Oltre l’inverno, preceduto da La guardarobiera di McGrath, a sua volta preceduto da L’Arminuta di Donatella di Pietrantonio.

Grazie mille Sara e a presto su Zebuk!

Francesca, 44 anni, mi firmo come SIBY su Zebuk. Amo leggere e fin da piccola i libri sono stati miei compagni. Leggo di tutto: classici, manga, thriller, avventura. Unica eccezione Topolino; non me ne vogliate ma non l’ho mai trovato interessante.

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