Dawla. La storia dello stato islamico raccontata dai suoi disertori, Gabriele del Grande

Quando era iniziata la rivoluzione aveva solo ventitré anni. A ventiquattro aveva imparato a uccidere. E subito dopo a non avere paura della morte. In quei sei mesi che aveva passato sul fronte non si era fatto mancare nulla. Bombardamenti aerei, missili SCUD, cecchini, mortai, artiglieria, carri armati. E ne era sempre uscito vivo. Aveva sepolto centinaia di amici e conoscenti. Ma lui se l’era cavata. La morte era una questione di destino, questo aveva imparato. E da quando aveva smesso di temerla, era diventato invincibile. Niente l’aveva mai fatto sentire così vivo come sfidare la morte da vicino.

Non è stato facile affrontare questo libro.
A un certo punto però ho avuto bisogno di saperne di più, di provare a capire, di cercare i motivi da cui tutto è partito. Di sapere, se possibile.
Parlo del Dawla, uno dei nomi con cui viene chiamata l’organizzazione dello Stato Islamico dagli affiliati dell’Isis. Parlo della guerra in Siria, delle sofferenze e delle migliaia di morti, di profughi, di scomparsi. Parlo – come afferma anche Gabriele Del Grande

[…] della banalità del male che da sempre riecheggia nelle nostre teste dopo ogni guerra.

Il resoconto che fa Gabriele è crudo e non lascia spazio a fraintendimenti: tutto viene raccontato senza filtri per chi legge, per di più dal punto di vista dei carnefici, degli affiliati al Dawla. Quindi ci vuole stomaco duro per leggere e andare avanti, ve lo anticipo.

Mentre leggevo mi dicevo che si trattava della trama di un film, scritta in modo secco e fin troppo verosimile. Eppure è successo davvero, tutto quanto. E succede, ancora. Le torture spiegate per filo e per segno, gli omicidi, le tecniche di persuasione con cui gli affiliati convincono esseri umani a candidarsi al martirio e a farsi esplodere per la causa, le sofferenze di alcuni e i lussi sfrontati di altri. Tutto in nome della religione. Che per molti è solo un mezzo per arrivare al potere.
Difficile tenersi al di sopra delle parti, sebbene la violenza venga usata da tutte le parti in causa, difficile non essere tentati dal giudicare. Molto difficile.
Tante sono le domande che un libro come questo fa sorgere, tutte possono concretizzarsi in una sola:

perché?

Gabriele Del Grande ha incontrato alcuni disertori del Dawla in un viaggio partito dal Kurdistan iracheno e terminato nelle prigioni turche, dove è stato trattenuto per 14 giorni nel 2017. Questo libro-romanzo-inchiesta è il racconto di quegli incontri, dal 2005 fino al momento del suo arresto, delle storie di alcuni personaggi scelti come rappresentanti di una realtà storica. Quella di una guerra che ancora miete vittime, di una guerra combattuta ancora una volta in nome della religione, ma solo per ottenere potere e risorse.
Gabriele non giudica, non giustifica, si limita a riportare storie.

“Non per giustificare, non per umanizzare. Ma unicamente per raccontare e, attraverso una storia, cercare una risposta, ammesso che ve ne sia una […]”

Ma quello che ne esce – oltre ad una descrizione approfondita e dettagliata della situazione storica – è il ritratto di un mondo corrotto, di uomini che si approfittano della buona fede di altri uomini per il proprio profitto. Un mondo a cui a volte stentiamo a credere, ma che è presente tra noi molto più di quanto si pensi.

Cerchiamo di capire, cerchiamo di saperne di più, cerchiamo risposte.

Dawla.
La storia dello stato islamico raccontata dai suoi disertori.

Gabriele Del Grande
Mondadori, 2018, pag. 612, € 19,00
ISBN: 9788804687412

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