Swing time, Zadie Smith

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Ero più brava come cantante che come ballerina – non ero affatto una ballerina –, anche se andavo troppo fiera della mia voce, cosa che, lo sapevo, infastidiva mia madre. Cantare mi veniva naturale, ma ciò che veniva naturale alle femmine non faceva colpo su di lei, neanche un po’. Dal suo punto di vista, tanto valeva andare fiere di respirare, camminare o partorire.

Ho iniziato questo libro tempo fa, poco dopo la sua uscita in Italia. L’ho abbandonato a metà delle sue 420 pagine: non mi entusiasmava, non mi emozionava. O meglio: riuscivo a immedesimarmi nei personaggi, soffrivo con loro e gioivo delle loro piccole conquiste nella vita quotidiana, ma nel complesso non mi rimaneva niente di così emozionante nel cuore.
In questo inizio 2019 ho voluto dare a Zadie Smith la sua seconda possibilità: ne avevo sentito parlare così bene e con così tanto entusiasmo in giro per il web che ho pensato che forse lo avevo iniziato nel momento sbagliato.

[…] le donne, nei racconti di mia madre – che avrebbero potuto correre più veloci di un treno in corsa, se fossero state libere di farlo, e che invece, poiché erano nate nel momento e nel luogo sbagliato, non erano potute scendere a nessuna fermata, e nemmeno entrare in stazione. E io non ero forse molto più libera di loro – nata in Inghilterra, nell’epoca moderna –, oltre che molto più chiara, con il naso molto più dritto, molto meno confondibile con l’essenza stessa della Nerezza? Cosa poteva impedirmi di continuare il viaggio?

In parte è vero, in parte è stato sicuramente quello il motivo del poco entusiasmo con cui avevo accolto Swing Time. Ho cercato i balli di Fred Astaire e Ginger Rogers – i video di Michael Jackson li avevo più che presenti perché è sempre stato uno dei miei miti ma li ho riguardati con piacere -, ho ripreso i passi di danza di Tracey e della protagonista innominata, soprattutto ho ripensato al mio rapporto con mia madre e a quello con mia figlia, cercando somiglianze e differenze.
Perché il fondo della storia è più che altro questo: la famiglia, il rapporto madre-figlia, la ricerca di un’identità.
Il colore della pelle, la voglia di essere più o meno simili agli altri, il bisogno di riconoscersi in un certo gruppo, la necessità di sognare un certo tipo di vita, e magari di raggiungerla e ottenerla. Non sono soltanto le protagoniste più piccole, novenni in crescita, a dimostrare questi bisogni: lo sono anche e soprattutto le loro madri, una – la madre di Tracey – con la sua disperata volontà di riscatto, succube della violenza del marito, che proietta tutta la sua voglia di felicità sul talento della figlia, l’altra – la madre della protagonista – forte, con una volontà e una disciplina di ferro, che è spinta dalla sua volontà di costruirsi un futuro e migliorare la sua condizione, più quella di donna che quella di madre. Lei studia, si impegna, non si allinea alle caratteristiche delle altre mamme e tende a diversificare anche sua figlia, in più modi, dal modo di vestire alla scuola che offre più possibilità di superare i limiti imposti dalla società, che si basano più sulla provenienza che sulle capacità del singolo.

Cosa vogliamo dalle nostre madri quando siamo bambini? Completa sottomissione. Vuoi solo che tua madre ammetta una volta per tutte che lei è tua madre e solo tua madre, e che la sua battaglia con il resto della sua vita è conclusa. Deve deporre le armi e venire da te. E se non lo fa, allora è davvero guerra, proprio come è stato fra me e mia madre.

Una profonda riflessione – stavolta più pressante, dato il momento che vivo con mia figlia preadolescente – che mi ha portato a fare più considerazioni e a cercare di identificare la mia strada.
Ecco, il momento giusto è ora.
Come tante volte nella vita, le storie arrivano nel momento finalmente più opportuno.
Ma non finisce qui, perché durante tutto il libro ma in gran parte nella seconda parte – quella che non avevo ancora affrontato – si trovano risposte, argomenti che lasciano dubbi e punti su cui soffermarsi. Uno di questi è il principio della relatività e la considerazione che una stessa situazione può essere osservata da svariati punti di vista e che il risultato è sempre diverso:

«Sentii una meravigliosa leggerezza sollevare il mio corpo, una ridicola felicità, che sembrava nascere dal nulla. Avevo perso il mio lavoro, una certa versione della mia vita, la mia privacy, eppure tutte quelle cose sembravano piccole e insignificanti paragonate al senso di gioia che provavo guardando la danza, e seguendone nel mio corpo i ritmi con precisione. Stavo perdendo il senso della mia posizione nello spazio e mi sentii sollevare in alto, fuori dal mio corpo, osservando la mia vita da un punto lontano, galleggiandoci sopra. La rivelazione di una nuova verità — avevo sempre cercato di attaccarmi alla luce emanata da altre persone, e non avevo mai avuto una mia luce, mi ero sempre sentita come una specie di ombra»

Rileggerò Swing time fra qualche tempo, ho capito ora che potrà darmi altre risposte, che in questo momento non riesco a vedere.
E leggerò altro di Zadie Smith: a volte certi amori non nascono all’improvviso, come colpi di fulmine, ma solo dopo una lenta e costante maturazione 🙂

Swing time
Zadie Smith
Mondadori, 2017, p. 417, €. 22,00

 

Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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