Intervista a Fabienne Agliardi

Oggi conosciamo meglio Fabienne Agliardi, autrice di Buona la prima, Morellini Editore. Abbiamo chiacchierato con lei di come è nata l’idea del libro, del suo amore per Milano e del percorso per arrivare a scrivere il suo primo libro.

Ciao Fabienne, benvenuta su Zebuk e complimenti per il tuo romanzo. Ti va di presentarti ai nostri lettori e raccontare un po’ di te?

Dunque: da poco superati i 40, ma mi spaccio come 35enne con l’aiuto di fantasmagoriche fiale alla bava di lumaca che mi levigano la pelle. Lavoro da sempre con la scrittura: nella comunicazione aziendale ma anche come giornalista e copywriter. Vivo a Milano con bambina lattante, gatto e marito (in quest’ordine). Amo le mozzarelle di bufala, Montalbano scritto e traslato e le pubblicità fulminanti. Sono una persona ironica (e autoironica!), credo e applico i valori dell’amicizia, della gratitudine e della solidarietà.

Buona la prima è il tuo primo romanzo. Hai sempre immaginato di diventare una scrittrice?

Ero determinata a diventarlo, ma senza fretta: volevo arrivarci preparata, consapevole e soprattutto con una buona idea. Da piccola scrivevo raccontini con la macchina da scrivere di mio padre e leggevo qualsiasi cosa mi capitasse a tiro: libri, giornali, le etichette dei prodotti. Mia mamma diceva che se la carta igienica fosse stata scritta, avrei letto pure quella.

Come ti è venuta l’idea di raccontare le prime volte?

Buona la prima nasce da una domanda che una sera ho fatto a mio marito: “te lo ricordi il tuo primo amore?” Lui ha sviato subito, perché non se lo ricordava – come spesso accade agli uomini quando gli chiedi cose del loro passato. Da lì, ho pensato al mio primo amore delle elementari ed è partito un flusso di ricordi… la prima volta al cinema, il primo giorno di scuola, il primo appuntamento, pure il primo morto che avevo visto. D’istinto ho buttato giù qualche riga del primo giorno di scuola, poi una sinossi… e da lì è partito tutto.

Ci sono delle prime volte che avresti voluto inserire e che invece hai lasciato fuori?

Il libro racconta la storia di Maia, quindi le prime volte sono le sue, “agganciate” alla sua vita e a quello che volevo far succedere alla storia. All’inizio, però, il libro era più autobiografico e ne avevo inserite 40… il che significata arrivare a 500 pagine. Non era il caso, anche per non farmi odiare dai lettori. Quindi ho virato su una storia più legata alla protagonista, tagliando per esempio LA PRIMA AUTO: Maia vive a Milano, dove puoi girare coi mezzi… E ho lanciato pure un messaggio di sostenibilità ambientale!

Hai raccontato di aver frequentato la scuola di scrittura creativa di Raul Montanari. Com’è aver avuto lui come maestro?

Montanari è come il lievito madre: è stato fondamentale per farmi panificare. Mi ha offerto cambi di prospettiva e di direzione, letture mirate, esempi da seguire e mi ha tenuto sempre coi piedi per terra. Mi ha guidato, e anche cazziato. Ma in questo progetto ci ha creduto e mi ha sempre spronato. E’ un leader naturale in quello che fa… se mi avesse detto di buttare tutto il manoscritto, lo avrei fatto. Ma dopo Raul ho frequentato altre due scuole: la Belleville, con due docenti eccezionali come Baccomo e Rossari, con cui ho studiato la scrittura comico-umoristica e Copy42, un corso specifico di copywriting, che mi ha fatto incontrare altri docenti di grande rilievo. E non finisce qui… continuerò a studiare. La scrittura è evoluzione.

Quali sono gli scrittori che maggiormente ti hanno influenzata e che ami di più?

Chiunque io legga, mi lascia qualcosa: la struttura della frase, il gusto per la battuta umoristica, l’innesto dell’ironia, la capacità descrittiva, l’abilità nel creare i personaggi, i dialoghi, la costruzione della trama, la gestione dei finali. In ordine sparso – e tralasciandone sicuramente altri di pari valore – amo Dickens, Twain, Piero Chiara, Fabio Bartolomei, Missiroli, Camilleri, Di Pietrantonio, Sedaris, Muzzopappa, Faggiani. Ma anche quelli che ho trovato illeggibili mi hanno lasciato qualcosa: le cose da non fare.

Nel tuo libro la protagonista è Maia però possiamo dire che ci sia un altro grande protagonista: Milano. La città fa capolino ovunque, dal nome dell’aperitivo, Spritz dei Verri, fino al tuo amore per Manzoni. Possiamo dire che Fabienne è innamorata di Milano e quanto è stata importante la città nella narrazione?

Fabienne ama Milano, tutta. Ama anche i tombini di Milano.
Ma sono nata a Crema, ho vissuto in provincia di Brescia e poi a Legnano. Milano è arrivata nella mia vita più tardi, prima come studentessa universitaria, poi come cittadina residente. Amo scoprirla a piedi e in tram, anche di sera. L’anno scorso, per esempio, ho preso una guida e mi sono fatta portare in giro tutto il giorno in un itinerario manzoniano. Manzoni è Lo Scrittore: quello che amo di più – peraltro tratto comune con Maia. Anzi, lancio un appello al Sindaco Beppe Sala: quando muoio, seppellitemi vicino a Manzoni, al Famedio. Altro posto che merita una visita: il Cimitero Monumentale. Consiglio vivamente e anche Maia, visto il lavoro che fa, lo consiglia!

Il libro è molto divertente e i personaggi sono tutti memorabili. Io mi sono divertita moltissimo con il maestro Maffezzoni e la terribile professoressa Rabitti. Se posso chiederlo, hai un personaggio al quale sei più legata o che hai trovato più facile caratterizzare?

Il segreto, secondo me, è costruire una storia con dei personaggi che si ricordino. Dire “preferiti” non rende merito agli altri e da “mamma” voglio davvero bene a tutti loro, anche se nutro un affetto per Carlo Speroni il Mago dei Numeri e Don Piero, due personaggi apparentemente minori, ma con un loro perché. Senza dubbio, però, i più facili da tratteggiare sono stati Maffezzoni e Rabitti. Tutti noi, nel bene e nel male, abbiamo avuto maestri o professori indimenticabili, e sono loro quelli in cui il lettore riesce a rivedere i suoi “Maffezzoni” o “Rabitti”.

Se buona la prima dovesse diventare un film, cosa che ti auguro, chi vedresti nella parte del Vescovo ( soprannome geniale) oppure di Maia?

Questa cosa del film – che il libro è molto cinematografico e visivo – me la dicono in moltissimi. I lettori mi scrivono e mi chiedono di trasporlo anche come miniserie… ne sono ultra felice, ma non dipende da me! Deve chiaramente palesarsi qualche casa cinematografica che “veda” la storia e investa sulla trasposizione.
I volti dei personaggi sono una cosa delicatissima: io li ho descritti poco, affinché i lettori potessero immaginarseli come volevano. E’ questa la grande magia di un libro, in fondo. Un lettore, qualche giorno fa, mi ha scritto che come Maffezzoni gli faceva venire in mente Enrico Bertolino, un’altra lettrice che ci vedeva Abatantuono… Ma è vero che nella mia testa, mentre scrivevo, avevo delle “facce”. Per il Vescovo ho sempre pensato all’attore Max Pisu, che fa il comico, ma quando fa il serio ti viene quasi da dargli del lei… Nel ruolo di Maia adulta mi sono immaginata la brava attrice Chiara Francini. Chissà… possiamo aprire un casting e vedere cosa ci suggeriscono i lettori!

Stai già pensando ad un nuovo romanzo?

Ho qualche idea che mi passa per la testa, ma non riesco ancora a “metterla a terra”. Però so che quando avrò la scintilla finale, inizierò a scrivere come in trance e andrà via liscio. Devo essere convinta di quello che faccio, in ogni cosa. Altrimenti non inizio nemmeno.

E ora l’ultima domanda che è un po’ il marchio di fabbrica di Zebuk: quali sono i libri al momento sul tuo comodino?

Cambiare l’acqua ai fiori, Chaturanga, Le cento vite di Nemesio, e il solito Stoner, che in preda a una strana malìa rileggo tre volte all’anno da cinque anni.

Grazie mille Fabienne per la gentilezza e la disponibilità e a risentirci presto su Zebuk!

Photo credits: Fabienne Agliardi

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