
Lui è la fame, una fame che non può essere spiegata, e tutto il mondo e ciò che contiene, tutte le cose che dovrebbero renderlo felice – un tramonto, un gattino, un salmo appena riaffiorato alla mente – gli mettono appetito.
La recensione di L’insaziabile di A. K. Blakemore
Quando nasce, Tarare è già orfano di padre, morto a pochi minuti dal lieto evento in seguito a una rissa. Il bambino è buono e tranquillo e con la madre si arrabatta a sopravvivere nella Francia del 1772. La povertà e la fame non lasciano scampo ai contadini che come unico svago hanno la festa annuale alla Vergine ei falò accesi per celebrare i grandi eventi della nazione: vittorie in guerra, nascite di eredi al trono.
Passano gli anni e Tarare viene cacciato di casa e quasi ucciso dall’uomo che vive con la madre. Ora il ragazzo è solo, ferito e confuso. Incontra degli artisti di strada che vivono di furti, raggiri e prostituzione e che decidono di farlo viaggiare con loro. Infatti Tarare ha sviluppato un appetito insaziabile che lo porta a mangiare di tutto: animali morti, bottoni, cinture, viti arrugginite ed enormi quantità di cibo. Diventa un’attrazione in ogni piazza, tutti corrono a vedere l’insaziabile, l’uomo senza fondo.
Tarare però non riesce più a controllare il desiderio di mangiare arrivando a cibarsi, si racconta, anche di bambini. Finché non ingoia una forchetta d’oro che lo porterà alla morte.
La mia opinione su L’insaziabile di A. K. Blakemore
Ispirato a una figura realmente esistita, L’insaziabile si snoda lungo gli anni pre e post rivoluzione francese raccontando povertà e miseria, folklore e tradizioni della società contadina dell’epoca.
Tarare è un disgraziato fin dal concepimento avvenuto al di fuori del matrimonio, la madre prima si prostituisce e poi diventa la mantenuta di un contrabbandiere. Tarare dovrebbe essere un tipo scaltro e intelligente vista la sua storia, uno capace di arrabattarsi in qualsiasi situazione e invece è docile e credulone, incapace di concepire cattiverie e furberie. E proprio questa sua propensione gli sarà fatale portandolo a fidarsi di chi lo rovinerà per sempre.
Quando la sua natura si rivela e la fame si impossessa di lui in realtà lo spirito del giovane non cambia. Mangia semplicemente perché ha fame e anche quando compie azioni orripilanti lo fa perché spinto unicamente dalla fame.
La sua è una vita tremenda, una fame che non si placa mai e che non risponde a nessun trattamento medico. Ha un pozzo senza fondo nello stomaco, un enorme buco nero che non si riempie con nulla. La sua fame è la metafora della sua vita, vita in cui nessuno lo ha mai amato.
A. K. Blakemore, che ho già amato in Le streghe di Manningtree, dimostra ancora una volta quanto la sua prosa sia capace di rendere vivi i personaggi. Per raccontare Tarare e la sua fame bisogna non temere nulla né il dolore né l’odore ferroso del sangue o quello della carne in putrefazione. Non bisogna lesinare nulla al lettore ma sprofondare nelle viscere di una storia cruda e potente ma raccontata con una prosa musicale e fastosa dove sì, c’è dolore e povertà e fame e rancore ma anche la bellezza della natura, campi, prati, ruscelli e dove il mondo, quando non è crudelmente affascinato dall’ingordigia di Tarare è un posto dove tutto è perfetto, tutto è delizia.
Buona lettura.
L’insaziabile
A. K. Blakemore
Fazi, 2024, p. 336, €. 18,50








