Il male che non c’è, Giulia Caminito

Catastrofe gli indica dove è opportuno sentire dolore e Loris lancia un grido stridulo, avverte il pompare del muscolo cardiaco fino alle tempie, il respiro è mozzo, le vibrazioni arrivano alle unghie.
Ecco, sto per morire, pensa in un istante.

La recensione di Il male che non c’è di Giulia Caminito

Loris ha trent’anni, uno stage pagato in una piccola casa editrice e un appartamento. Sulla carta la sua vita è esemplare ma se si guarda il tutto da molto vicino le cose cambiano. Lo stipendio è praticamente un rimborso spese, seicento euro, spesso nemmeno pagato, la casa è un microscopico buco ricavato tramezzando un appartamento più grande – la parte dove vive Loris è buia e confina con uno studio di registrazione senza una vera insonorizzazione –  che gli costa ottocento euro al mese. Come fa a far quadrare i conti? Il padre lo aiuta dandogli da una mano i soldi e dall’altra rimbrottandolo continuamente per la sua incapacità di reagire a una situazione lavorativa stagnante e non risolutiva.

Al lavoro Loris si occupa di cose che nemmeno fanno parte delle sue mansioni ma in fondo lavorare, in ambito letterario poi, non è già di per sé un onore? Cosa pretendere ora, anche pagamenti congrui e regolari o riconoscimenti? Forse è giusto che gli facciano scannerizzare tutto il giorno libri da cui ricavare pdf da impaginare o lo sommergano con lavori da social media manager che Loris non sa e non vuole fare.

E proprio la newsletter genera il dramma con cui si apre il romanzo: Loris mette un apostrofo al posto sbagliato. Orrore! Tragedia! Vilipendio e maledizioni a oltranza da parte di tutti: il capo, i colleghi, i lettori. Per Loris, ansioso cronico e ipocondriaco è come essere aggredito sulla pubblica piazza. Gli attacchi di panico si susseguono ininterrottamente. Dolori al petto, allo stomaco, al braccio, una catena infinita di dolore e paura: di morire, di non essere creduto o peggio di essere ritenuto un incapace in italiano.

Le corse al pronto soccorso, le ripetute visite mediche sono inutili. Il corpo di Loris non ha niente che non vada. Il problema sta tutto nella testa e nell’animo, in questo presente pesante e immutabile dove tutto lo soverchia. Solo i ricordi di nonno Tempesta e della sua casa in campagna lo consolano. In quei ricordi Loris gioca, è amato, compreso. Eppure anche l’infanzia ha le sue ombre, ombre talmente scure da proiettarsi nel presente.

La mia opinione su Il male che non c’è di Giulia Caminito

Le storie di Giulia Caminito sono sempre un bel calcio assestato dove fa più male. Dopo aver amato L’acqua del lago non è mai dolce ero ansiosa di leggere questo nuovo romanzo che è molto diverso da come me l’aspettavo. Entriamo da subito nella testa di Loris. Ed è un sentire terribile che disorienta il lettore e che gli fa respirare tutta l’angoscia in cui è immerso il protagonista.

A una lettura superficiale potrebbe sembrare che la storia sia statica ma in realtà è il racconto di una lotta continua. Loris lotta ogni secondo contro sé stesso tentando di dare una spiegazione razionale, la ricerca di malattie vere ne è un sintomo preciso, a qualcosa che rifugge la razionalità.

Il male che non c’è racconta tante cose: il precariato, i contratti ridicoli, il “ti faccio lavorare” quindi devi ringraziarmi e basta, l’ipocondria e l’ansia, la difficoltà ad affrancarsi dalla famiglia e i traumi irrisolti che ci portiamo dietro, pesanti come le catene che Marley è condannato a trascinare per l’eternità.

L’autrice ci lascia però con un finale poetico e di speranza: i traumi si possono affrontare e da là ripartire. Non per questo saremo spensierati e felici, con la mente immacolata come la vestale di Pope, ma magari, col tempo e aiutati dai dottori giusti, potremo tenere a bada il nostro amico/mostro interiore e lasciarlo finalmente andare.

Buona lettura.

Il male che non c’è
Giulia Caminito
Bompiani, 2024, p. 272, €. 18,00

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SIBY
Francesca, 49 anni, mi firmo come SIBY su Zebuk. Amo leggere e fin da piccola i libri sono stati miei compagni. Leggo di tutto: classici, manga, thriller, avventura. Unica eccezione Topolino; non me ne vogliate ma non l’ho mai trovato interessante.

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