Suo marito, Luigi Pirandello

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Attilio Raceni, da quattro anni direttore della rassegna femminile (non feminista) Le Muse si svegliò tardi, quella mattina, e di malumore. Sotto gli occhi delle innumerevoli giovani scrittrici italiane, poetesse, novellatrici, romanzatrici (qualcuna anche drammaturga), che lo guardavano dalle fotografie disposte in varii gruppi alle pareti, tutte col volto composto a un’aria particolare di grazia vispa o patetica, scese dal letto oh Dio, in camicia da notte naturalmente, ma lunga, lunga per fortuna fino alla noce del piede.

Da quanto non leggevo Pirandello, da quanto! E è stato un bel tornare alle sue parole, ai suoi dialoghi, alle sue descrizioni.

Certa che non vi aspetterete da me una recensione da critica letteraria, vi confido il mio rapporto di amore per Pirandello: amo i suoi personaggi, negativi o positivi che siano. Amo la sua ironia e la passione e la tragedia e tutte le invenzioni che ha saputo dare al suo linguaggio. Lo amo nonostante gli obblighi scolastici, perché leggerlo non è stato mai drammatico (e perché avere un insegnante intelligente, che sa dosare dovere e piacere è stato un lusso che mi è fortunatamente capitato, alle superiori) e perché mi si è reso simpatico da subito, con le sue indagini psicologiche…

– E come si chiama?
– Il marito? Non so.
– Mi par d’avere inteso Bòggiolo, – disse il Toronti. – O Boggiòlo. Qualcosa così…
– Grassottino, belloccio, – aggiunse il Lampini, – occhiali d’oro, barbetta bionda, quadra. E deve avere una bellissima calligrafia. Si vede dai baffi.

Ma veniamo a Silvia. E a suo marito. Chi dei due è davvero il protagonista del romanzo? Di chi dei due il nostro autore vuol parlare? E di cosa, in realtà, vuole parlare? Perché non solo i caratteri dei protagonisti, vengono alla luce, da questo romanzo: una forte impronta è data dagli ambienti, dai caratteri delle persone che frequentano certi ambienti, quelli letterari, in particolare.

Giustino stava a udire quelle voci note che, pur senza volere, si alteravano nel dar vita al personaggio della scena; guardava l’ampia vacuità sonora del teatro in ombra; ne aspirava quel particolare odor misto d’umido, di polvere e di fiati umani ristagnati, e si sentiva a mano a mano crescer l’angoscia, come se lo assaltasse alla gola il ricordo preciso d’una vita che non poteva più esser sua, a cui non poteva accostarsi più, se non così, nascosto, quasi di furto, o commiserato come dianzi.

Sono tanti gli spunti che ci fornisce Pirandello: la donna che scandalosamente si dedica alla scrittura, l’uomo che vuole la fama a costo di rendersi ridicolo, la pena e le passioni che deve affrontare lo scrittore, chiunque lui sia, maschio o femmina, timido o sicuro di sé, il palco, gli attori, la vita in scena.

E de’ loro vezzi, delle loro carezze senza fine gli era rimasta quasi una patina indelebile in tutta la persona. Pareva che quelle lievi e delicate mani feminee, esperte d’ogni segreto, lisciandolo, levigandolo, lo avessero per sempre acconciato e composto in quella sua ambigua beltà artificiale. Si umettava spesso le labbra, s’inchinava sorridente ad ascoltare, si rizzava sul busto, volgeva il capo, si ravviava i capelli, tal quale come una femmina.

Questo è quello che più mi ha lasciato, la lettura di questo romanzo: quel sapore di femminile, di trine e pizzi e cotonine, di buone maniere, affettate al limite del ridicolo. Quel sapore di cose finte, di sentimenti non esposti per paura, per timore, per convenienza. E insieme un’amarezza forte per quel finale. Che non ve lo svelo, ma preparatevi che non è dei migliori.

Suo marito
Luigi Pirandello
CreateSpace Independent Publishing Platform, 2012, p. 238, €. 7,27

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Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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