Intervista a… Chimena Palmieri

Ultima Modifica: Apr 02, 2019

Eccoci ad un appuntamento molto importante con questa nostra nuova autrice: Chimena Palmieri. Dopo averne letto la prima opera, “Sette notti con Liga“, ora è il momento di parlare un po’ con lei. Della sua vita, delle sue passioni, di Ligabue, anche.

Alle nostre domande ha risposto immediatamente, di getto, con il suo modo di scrivere così piacevole e diretto. E ci è piaciuta ancora più di prima!

Chi è Chimena, nella vita di tutti i giorni?
Chimena nella vita di tutti i giorni è una donna come tante, single come poche. Una donna quasi in carriera, nel senso che ok il lavoro mi realizza, ma mica tanto, e mai del tutto! La parte più concreta di me è la mamma: sono una madre ancora oggi molto attenta a suo figlio, nonostante abbia oramai vent’anni. Una persona insicura e proprio per questo durissima, con se stessa e con gli altri. Un’ostrica. Che ama ridere.

Il tuo nome, Chimena… chissà in quanti ti hanno chiesto la sua origine…
Beh, è normale, in molti. Il mio nome è spagnolo, si scrive in realtà Jimena, ed è il nome della moglie di Rodrigo de Bivar, signore di Valencia, detto El Cid Campeador. Un eroe nazionale spagnolo che combattè per la liberazione dai mori. E’ il femminile di Jimenez, Simeone, molto comune nei paesi latini. Mia madre vide un film storico su questa storia quando aspettava me, ed eccomi qua. Solo che l’impiegato all’anagrafe era mooolto attento a far rispettare la legge autarchica sull’italianizzazione dei nomi, e così obbligò i miei a scriverlo, per così dire, come lo si pronuncerebbe in spagnolo…

Il Liga: quanta passione per la musica e quanta passione per la persona?
Molta per entrambi. Devo dire che la passione, per usare degnamente questo termine, io ce l’ho solo per Luciano. Gli altri – molti molti altri, checchè gli altri ne pensino – mi piacciono, compro Cd, a volte vado ai concerti, ma… la passione è un’altra cosa. Dicevo, che comunque la passione inizialmente è stata più per la musica che per la persona. Ho amato il suo sound, il suo modo di parlare, di raccontare, ben prima di Luciano uomo-persona. Poi andando avanti è venuta la stima alla coerenza, all’agire per come parlava. La coerenza è la dote che più apprezzo in una persona, maschio o femmina che sia, non poteva non piacermi. Poi, oltre la stima e il rispetto, aggiunte alla musica che adoravo, si è insinuato piano piano anche un certo apprezzamento per il lato fisico, per la carica erotica, lasciatemelo dire, che è tutta particolare e tutta sua. Penso che ciò sia legato al fatto di averlo visto in passato molto poco, dal vivo. Al di là delle foto, dove lui riesce molto bene, devo dire, è dal vivo che Luciano sa parlare e arrivare dritto dritto là dove tu non avresti mai pensato potesse arrivare qualcuno.
Non so come faccia, forse non lo sa nemmeno lui, però funziona. E questo invece lui lo sa benissimo!

I tuoi racconti lasciano sempre il sorriso sulle labbra, con situazioni paradossali descritte perfettamente e con le medesime parole che tutti noi avremmo detto e pensato nella stessa posizione della protagonista… ma c’è sempre una vena malinconica, in ogni storia…
Perchè io lo sono. Non che io sia perennemente sul melodrammatico, anzi, sono una persona molto allegra, molto ironica, che ama e apprezza l’allegria e l’ironia. Non la superficialità, però, nè l’ingenuità. Nè la retorica. La vita mi piace da impazzire, ma la felicità è un attimo perso in un mare di cose piccole, dure, scure. Una gemma da liberare, ripulire e lasciar splendere, almeno un attimo, per goderne, prima che svanisca, si sciolga, sotto la durezza della luce del sole. Non è che non ami le storie a lieto fine, al contrario, ma nemmeno amo le sdolcinature. O i finali tristi perchè fanno piangere e allora funzionano… la realtà è un mix, o almeno così io la vedo. Userei, oh my god! una frase di tutt’altri, dicendo che la realtà, la mia, quella che dipingo, è solo un equilibrio sopra la follia.

Se tu potessi per un giorno trasformarti in una canzone del Liga… quale sarebbe quella che ti rappresenterebbe al meglio?
Me come persona direi, tra le ultime, “Il peso della valigia”. In assoluto la mia vita, “L’amore conta”. Me e la mia personalità, “Questa è la mia vita”.

La tua esperienza come scrittrice è solo all’inizio (e ci auguriamo che tu continui così!). E la tua esperienza da lettrice? Quali sono i tuoi libri sul comodino? e quali quelli che consiglieresti ai lettori di Zebuk e perché?
Ho iniziato a leggere – a scrivere subito dopo – a tre anni e mezzo, mi ha insegnato mia madre stanca del mio desiderio di leggere “cosa c’era scritto” su ogni cosa: libri, manifesti, figurine, scatole del latte. Sono onnivora, ho letto e leggo di tutto. Sto finendo la Millennium Trilogy, adoro i romanzi storici, più Matilde Asensi che Dan Brown, anche se li ho letti tutti, per intenderci. Mi piacciono i romanzi, i saggi – dipende dal tema, chiaro – i thriller. Mi è piaciuto molto I Pilastri della Terra di Ken Follett, e poi il suo “seguito” Mondo senza fine. Ma poi Garcia Marquez, Coelho. Neruda. Leopardi, Pirandello. Non amo i romanzi rosa tout court. Mi annoiano molto, in genere. Come i gialli. A volte son solo intreccio e niente storia, più un arzigogolare dell’accanirti a non farti capire, con artifici improponibili, ma la storia poi si perde in due parole. Non amo i romanzi erotici, perchè non ne trovo che ne parlino come io ne vorrei sentir parlare. I classici me li son letti – non tutti, anzi, pochissimi – subito dopo la scuola, adesso qualcosa ogni tanto. Mi piace Camilleri, ad esempio ma anche Pasolini. Grazie a Luciano ho letto della Pivano. Ma anche Hemingway, Robbins. Insomma, romanzi, per lo più.
Sul comodino, oltre alla Millennium, ho La solitudine dei numeri primi, di Giordano. Ai lettori di Zebuk consiglierei invece i libri che più mi son rimasti in testa, per motivi tra loro probabilmente assolutamente diversi: Tim, di Colleen McCoullough; Passavamo sulla terra leggeri, di Sergio Atzeni; Dell’amore e d’altri demoni e Cent’anni di solitudine, di Garcia Marquez; 79, Park Avenue, di Robbins, e per finire Carlos Ruiz Rafon, con L’ombra del vento. Sono stati libri che mi hanno aperto brecce, dentro, tutto qua. Sono arrivati, si son fatti strada, si son piazzati, hanno seminato e qualcosa è cresciuto. Rigorosamente chiuso a chiave e inacessibile, per lo più, ma c’è. Da qualche parte.

Hai una sola notte a disposizione con Liga: quali sono le domande che tu faresti a lui?
Gli chiederei, per dirla con le sue parole, da dove gli viene il peggio e il meglio di chi è. Gli chiederei di suo padre, che ho tanto da dire del mio. Gli chiederei di essere amici, ma amici davvero. Gli chiederei se è così che sognava la sua vita. Se è felice, davvero, e di cosa, e come. E, ponendo per assurdo su un altro intoccabile e immutabile piano i suoi figli, cosa cambierebbe nel caso potesse farlo. Dico questo perchè se qualcuno lo chiedesse a me so che, anche se volessi cambiare qualcosa, poi dovrei mettere in conto che non avrei l’unica cosa che davvero riempie la mia vita, mio figlio. E su quel rischio non sarei disposta a giocare nemmeno un due di coppe quando briscola è denaro. Gli chiederei di lui come uomo. Gli chiederei se alla fine della frase “rispondere agli insulti è solo bassa promozione” ci sia un punto, un punto esclamativo o dei puntini di sospensione.
Della sua musica niente. Quella è sua espressione, e da sempre io me la prendo così come gli viene.

“In amore non vince chi fugge. Ma chi sta lì. A ridere”: quanto è bella e piena di significati questa frase…
Non so se alla fine funzioni davvero. Ma io non ho mai saputo fare giochetti, in amore. proprio non ce la faccio, non è cosa mia. Fuggire, farsi desiderare… non posso crederci che sia così. Io sono qui, ce la fai a capire se ti piaccio o no? Se è sì pigliami, se no levamiti da davanti. Ma davvero gli atteggiamenti impostati, il far la vittima, l’impietosire, no, no, mai. Ridere sì, invece. Vieni da me, ti faccio ridere, ti farò sorridere, ti farò felice, costruirò una serra intorno al tuo sorriso, farò della tua vita un altro paradiso. Così cantava Cocciante, così io voglio credere che sia, così agisco affinchè sia. Mi piace pensare che chi sta con me lo faccia perchè vuole starci, perchè sta bene, perchè lo ha scelto. perchè di tanti posti in cui poteva tornare, ha scelto me.
Non posso lamentarmi in fondo della mia vita. Ma la vita mi ha insegnato che anche nei momenti peggiori è sempre stato meglio aggrapparsi all’unica luce che spuntava là in fondo. A un sorriso. Mai alla tragedia, mai al buio.

Avremmo voluto essere lì il giorno del tuo incontro di persona con Luciano Ligabue: ce lo racconti?
Ah, è stato molto bello, molto stile anni venti, un bel film muto, o quasi. Un pomeriggio, un’ora in un bar. Non ho spiccicato o quasi parola. Mi sarei ammazzata. Lui ha voluto incontrarmi per farmi i complimenti per il libro, per dirmi le sue impressioni. Quello che lo aveva colpito, le sue impressioni, i miei progetti. Io avevo un universo intero in testa, sarebbero potute scaturire infinite galassie dal mio cervello, e invece tutto è rimasto immerso nel brodo primordiale. E’ stato frustrante per me questa cosa, ma non hopotuto fare altrimenti. Lui è stato gentile, cortese, alla mano, per nulla, per così dire, difficile da sostenere, anzi! Una bellezza! io invece non ho fatto altro che rispondere a monosillabi. poi il giorno dopo – dopo aver pianto tutta la notte chiaro per la figura pessima, e per l’occssione persa di far vedere che ero un organismo senziente – gli ho scritto una mail, che gli ho fatto avere tramite il mio editor, che tra l’altro è anche il suo. Lui è stato contento, ha capito. Io no, io per tutta la vita ricorderò quel pomeriggio in un bar, a guardarlo parlare e io muta come una deficiente .

Musica e letteratura: quali sono a tuo parere i testi più belli di Ligabue?
Io ho letto tutto quello che ha scritto Luciano. Mi piace molto come scrive, e come canta le cose che scrive, quando le canta. La neve se ne frega, il suo romanzo, è struggente, e force. Ma parla d’amore in un modo che è molto vicino a me. I suoi racconti, Fuori e dentro il Borgo, sono fotografie di vita come io le farei, magari le legge un altro e non si ritrova, ma questo penso capiti con ogni scritto che ci possa capitare davanti. Ma ho amato sopratutto le poesie, Lettere d’amore nel frigo, Cosa non mettere in valigia, dalla quale è poi nata la canzone Il peso della valigiaGli anni in cui eravamo distratti, Chi sa baciarsi il mare, Voci che hanno fatto il tuo nome, Il guscio rotto, Liberi tutti… Belle, belle nell’unico modo in cui io posso concepire il termine bello.
Luciano sì è musicista, ma anche scrittore, regista e altro. Credi sia possibile la contaminazione tra diverse arti?
Luciano è una persona, una persona che io almeno reputo sensibilissima e con un universo intero che gli esplode in testa e nel cuore, e che deve, deve raccontare. In genere gli viene meglio farlo con le canzoni, a volte gli si incanala tra le righe asciutte di un testo letterario. Altre volte gli urla di vivere e di avere luce, e scenari, e voci e colori, e allora è stato cinema. Io credo che se hai qualcosa da dire, e se hai un linguaggio valido per esprimere e far conoscere quel che devi dire, allora il mezzo che usi può essere intercambiabile. Poi è chiaro, che chi, come dire, si specializza in un solo ambito possa avere meno sbavature, ma non è mai stata la perfezione che mi ha mosso brividi. Mi devo emozionare, io. Che succeda con un libro, la musica o un film, poi, alla fine non mi importa molto.

Un lettore di Zebuk vincerà il tuo libro grazie al giveaway in corso su Zebuk… che parole scriveresti nella dedica?
Gli scriverei: Spero che tu leggendolo ti commuova, certo, ma anche e soprattutto rida, rida così come ancora oggi faccio io al rileggere certi passaggi: “Ridiamo come solo i più fortunati riescono a fare. Ridiamo di cuore.” (da “La neve se ne frega”, di Luciano Ligabue)
Un grandissimo grazie a Chimena e un arrivederci a tutti voi, con le interviste di Zebuk!

Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

8 COMMENTS

  1. Grazie di cuore per queste parole … mi hai trasmesso quanto sono importanti le nostre emozioni e che non devono essere soffocate per niente e nessuno, anche a costo di sembrare una “deficiente” … lo avevo già capito (magari in leggero ritardo!) ma come lo hai espresso tu … Bravissima!

    • ahhahahahahahahhahahahahhaah, nooooo!!!
      Io credo che lo sembriamo solo, deficienti. In realtà abbiamo così tanto da dire, ache avremmo bisogno di più tempo, per esprimerci a dovere, e di più naturalezza. Solo che a volte, dvi reagire in un attimo, e adiòs naturalezza!

  2. …è già la terza volta che leggo il tuo libro, ed ogni volta scopro qualcosa in più. Bellissima intervista e grazie di tutto, davvero!! Sei una Grande. Per l’incontro con Luciano era inevitabile che andasse così…Sei una persona troppo vera. Un abbraccio.

    • Irene… in effetti, visto che ci conosciamo, e sai come sono, non poteva andare che così. Non è che ne vada fiera, solo, non si può cambiare natura!
      😀

  3. bellissima intervista chime, mi piace quel che trasmetti e mi piace come hai decritto quell’incontro… mi sa che tutte noi siamo riuscite a dare il nostro “meglio” in sua pesenza, nonostante lui sia così semplice, gentile e disponibile… ma sei riuscita a farti capire è questa la cosa più importante!

    • Grazie Dona! ^__^
      Spero di sì, dai, spero che qualcosa abbia visto, oltre il mutismo. Io son così, tu lo sai. Sto così attenta a non invadere che alla fine finisco per autoimplodere!
      L’intervista è stata molto bella, ed è venuta facile.. e le domande mi piacevano!
      Che dici, sarà stato merito del soggetto?
      ^______^

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