“[…] La Fratesi è bruna, giovane, tutta bella, e una tenerezza sempre vicina al pianto. Ha una voce femminile con una incrinatura di umile, di chi non può essere consolata benché ne abbia tanto bisogno; una volta sola l’ho vista ridere e pareva un miracolo di umana bellezza. […]”
Il medico racconta i giorni nell’ospedale psichiatrico di cui è direttore.
Racconta le persone, racconta i malati ma anche gli infermieri, racconta gli altri medici, racconta i paesaggi e la natura che lo accompagnano durante le giornate passate nel manicomio, a prendersi cura dei suoi ‘matti’, come li chiama lui, dando pane al pane e vino al vino.
Quelli che ci lascia Tobino sono dei delicati, teneri e crudi ritratti di un’umanità ‘altra’, dalla quale spesso ci capita di stare lontani. Un’umanità diversa, che non è capìta, di cui si ha a volte paura. Ma pur sempre di umanità si tratta, e come dice lui “[…] è stolto crederci superiori perché una persona si muove percossa da leggi a noi ignote […]”.
Profonda, si scava dentro chi legge una domanda: “[…] La pazzia è davvero una malattia? non è una delle misteriose e divine manifestazioni dell’uomo? Non esiste per caso una sublime felicità che noi chiamiamo patologica e superbamente rifiutiamo? […]” è la domanda che si pone anche il nostro medico, e – alternativamente – si risponde con speranze e tristezze, cercando la soluzione ad una realtà difficile e scomoda per tanti… la sua soluzione lui l’ha trovata, prendendosi cura dei suo malati come fossero tutti suoi fratelli, parlando con loro e dedicandogli tutta la vita.
Le descrizioni in questo libro sembrano acquerelli, dove con pochi tratti e tenui colori si racconta un’emozione: è come esser lì di fianco al dottore, mentre passa dai corridoi di fronte alle celle, o mentre passeggia nei vecchi chiostri dove le malate hanno l’ora d’aria: in un angolo c’è la signora Alfonsa, sola, aristocratica, con l’animo misurato e gentile; dall’altra parte passa Tono, con il volto “un faccione di bambino con due occhi piccoli e brillanti di un focherello, che a prima vista può esser giudicato arguto ma poi si conosce che deriva da una inesauribile festa di immagini che gli tumultuan nel cervello […]”
Sono tanti i brani ‘forti’ di questo libro, tanti quelli che andrebbero letti, a voce alta, per sentire ancor più forte l’emozione; è stato difficile sceglierne qualcuno per fare una citazione e quelli segnalati sono solo alcuni dei passi più profondi e toccanti.
Mai una volta in questo racconto ho provato la paura, l’angoscia per le storie crude e a volte drammatiche, o la necessità di smettere di leggerlo, perché quello che rimane sempre evidente, in ogni parola di questo libro, è l’ “essere umano”, inteso come oggetto e come soggetto.
Con quel suo scrivere semplice e colloquiale, Tobino è stato una piacevolissima scoperta, fatta ahimé troppo tardi (ma c’è sempre tempo per recuperare…).
Un rimprovero va a me per non averlo mai letto prima, uno ad alta voce va ai miei insegnanti di allora, che non hanno scuse: bisognerebbe conoscere fin da piccoli i propri luoghi e le proprie celebrità e pur essendo lucchese ho sentito troppo poco spesso parlare di Mario Tobino!
LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO
Mondadori, Collana Classici
prezzo: 8,40 €
144 pagine
EAN 9788804492566








