Il Maestro dei santi pallidi, Marco Santagata

Dentro era una profusione di luci e di colori. Cinìn restò immobile sulla porta, come paralizzato. Tutti quei colori lo abbacinavano, non riusciva a tenere gli occhi fermi perché erano continuamente sollecitati da nuove sensazioni, da stimoli che si sopraffacevano l’un l’altro. Gli ci volle un po’ di tempo per mettere ordine in quell’arcobaleno impazzito.

Cinìn è un ragazzo di montagna, di lavoro guarda le vacche del padrone, il Massaro coi suoi cani neri e cattivi. Cinìn non ha una famiglia, è stato acquistato dal Massaro quando era piccolo per pochi soldi, e gli unici suoi amici sono Tugnìn, figlio del Massaro, e le sue vacche. Poi un giorno scopre la pittura.
Cinìn ha un futuro che nemmeno immagina davanti a sé e ce lo racconta seduto sul ramo della quercia a cui è tanto legato e che tanta importanza ha avuto nella sua vita: proprio a questa quercia ha deciso di impiccarsi, perché almeno questa cosa del suo destino vuole essere lui a deciderla…

Ecco, questa sì che è una scelta. L’unica scelta di tutta la sua vita.

Siamo nel bel mezzo del 1400, sull’appennino Modenese (tra Maserno, Montese e Porretta). Il racconto di Cinìn – o meglio, la sua più o meno inconsapevole autobiografia – si arrotola su se stesso, poi si scioglie e prosegue dritto per arrotolarsi nuovamente poco più avanti. Salti temporali che sono tele su cui Cinìn dipinge come in uno dei suoi affreschi tutta la sua vita. Se ne sta sempre e comunque seduto su quel ramo e parla, in un monologo continuo, di tutti gli accadimenti prima di quel momento.

A colori la sua madonna era bellissima! Per poco Cinìn non si mise a piangere. Non spiccava dal fondo, non splendeva come quella del Masolino, non aveva i fulgori di quella delle Braglie, ma gli sorrideva come nessuna Madonna mai aveva sorriso. Aspettò con impazienza che asciugasse, la portò nella stalla e la nascose sotto la paglia.
Quel giorno Cinìn si persuase di essere un pittore.

Si guarda in giro dall’alto, Cinìn, e riconosce la radice che lo fece cadere e cambiò d’un tratto la sua vita, ci racconta di Giberto, il padre che non aveva mai avuto, del Monsignore, della Contessa di Renno, suo amore inconfessato. Ci parla della sua personale scoperta della prospettiva. Ci mostra gli intrighi e i giochi di potere delle famiglie potenti della zona. E la pazienza e la saggezza dei pochi, come Mastro Giberto:

Giberto possedeva la rara qualità, esclusiva delle persone buone, di interpretare in modo semplice, ma infallibile, il presente. Capiva il linguaggio delle cose. Si arrendeva alla vita, l’accettava con serenità. Questa sua fiducia negli uomini, forse in Dio, gli conferiva il potere di indirizzare il corso degli eventi.

E’ un romanzo storico, Il Maestro dei santi pallidi, che ha regalato al suo autore, Marco Santagata, il Premio Campiello 2003. E’ un libro lento, pacato, che contiene messaggi importanti per chi si dispone a leggerlo con animo pronto ad imparare dalle cose della vita, a riflettere sulle cose semplici. Un romanzo di formazione, una storia di rinascita a più riprese: il Bastardòn – così lo chiamavano il povero Cinìn – che diventa affermato maestro, pittore dei Signori, con tanto di bottega e di aiutanti. Il pittore famoso che decide (anzi no, oppure sì) di togliersi la vita dopo un grave affronto. La vita che ancora una volta decide per lui. E una nuova possibilità.

Una storia che sa di pittura, di storia dell’arte mescolata alle cose quotidiane, di un tempo passato ma forse non troppo, di coinvolgimenti amorosi, di vita. E anche di rinascita ad una vita nuova.

Il Maestro dei santi pallidi
Marco Santagata
Guanda (collana Narratori della Fenice), 2003, pag.251, €15,00
ISBN-13: 978-8882465933

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Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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