
“Ma lo sai cos’è successo?” cominciò mia madre con quella faccia che abbiamo tutti quando vogliamo stupire con una novità.
La recensione di La chiamavano cinquemila, Anna Lavatelli
Pianura lombarda, 1968. La giovane protagonista, voce narrante del libro, frequenta il liceo e si annoia mortalmente. L’aria pesante di nebbia e di nulla del suo paese, le solite chiacchiere e la vita sempre uguale le pesano addosso come macigni. Anche il fatto di essere una qualunque, non abbastanza bella da far girare la testa ai belli del paese, la deprime. L’unica cosa che sa fare bene, e di cui è orgogliosa, è la scrittura e la collaborazione con un giornale locale che ogni tanto le dà spazio per qualche articolo.
Quando viene a sapere che Cinquemila, la prostituta del paese chiamata così per l’onorario richiesto, è morta affogata decide che sarà lei a raccontarlo sul giornale.
Tutti dicono che si sia suicidata ma la ragazza vuole raccontare la storia dietro al personaggio. E così va a casa sua a parlare con la zia, segue i suoi passi e si avvicina alla verità. Una verità che lascia l’amaro in bocca.
La mia opinione su La chiamavano cinquemila, Anna Lavatelli
Anna Lavatelli mette in pausa le storie per bambini e scrive un romanzo per i grandi. Seguiamo tutto dal punto di vista della protagonista, leggiamo i dialoghi, vediamo il fiume e le vie nebbiose alla sera ma ascoltiamo anche i suoi pensieri che fanno davvero un gran rumore. È il ’68 ma gli echi di ciò che accade o sta per accedere arrivano così smorzati in provincia che è come essere da un’altra parte. E proprio questa nebbia sentimentale, culturale e sociale le grava addosso come una pietra che la schiaccia, le impedisce di respirare, di sentirsi davvero libera.
La morte di Cinquemila in un certo senso la scuote, soprattutto perché si rende conto che non interessa a nessuno. Solo i disadatti del paese o i parenti stretti della vittima continuano a chiedere giustizia. Tutti gli altri invece già hanno voltato le spalle alla compaesana. Una prostituta pure brutta, con le gambette magre magre e il giacchetto da pulcino, a chi vuoi che interessi? Che notizia è?
Sarà la ragazza a capire perché Cinquemila è finita nel fiume e per lei sarà come diventare adulta tutt’insieme. Lei che aveva cercato di mettere ogni tassello a posto – in quella che le sembrava una vicenda di fame, ignoranza e miseria, – impara invece che i mostri possono essere giovani e popolari, i mostri sono gli annoiati dalla vita di paese convinti di avere diritti su una come Cinquemila.
È una storia drammatica che mette il lettore nei panni della protagonista, tra l’angoscia di crescere e decidere di rimanere fedeli a sé stessi o, per una volta, essere come tutti gli altri e fare finta di niente. Ma si può davvero dimenticare chi si è nel profondo in cambio di un po’ di affetto?
Il libro finisce all’improvviso con la presa di coscienza della protagonista. Cosa succederà l’indomani? Denuncerà o andrà via dal paese e dalla sua aria sonnolenta? Possiamo solo immaginarlo. Io amo pensare che smetta finalmente di sentirsi in difetto verso tutti e che la sua voce, attraverso la scrittura, non smetta mai di raccontare la verità.
Buona lettura.
La chiamavano cinquemila
Anna Lavatelli
Interlinea, 2025, p. 132, €. 18,00








