Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mario Calabresi

Non era una giornata “normale” quando venne ucciso, nel senso che non era inaspettata. Da molto tempo nessun giorno era più normale: i presagi peggiori, le paure improvvise, le angosce e perfino i pianti erano diventati compagni di strada dei miei genitori. Nessuno potrebbe più dire da quando. O forse sì, dalla sera in cui mio padre rincasò sconvolto: “Gemma, Pinelli è morto”.

17 maggio 1972.
Qualcuno punta una pistola alle spalle del commissario Luigi Calabresi.

Sono gli “anni di piombo” per l’Italia, è il dramma di tante famiglie, quelle delle vittime del terrorismo, tra la disattenzione dell’opinione pubblica ed il coraggio e la forza d’animo di tutti quelli che hanno lottato per ricominciare e affrontare la vita che continuava, nonostante tutto.

Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, aveva due anni quando uccisero suo padre. Ricorda tanto di quel giorno, ricorda i giorni precedenti e quelli successivi. Ricorda il coraggio di Gemma, sua madre, che aspettava il terzo figlio. Ricorda le “altre vittime” del terrorismo, durante le manifestazioni dedicate alla memoria dei caduti.

Ricorda. Perché è importante ricordare. Serve a fare in modo di non ripetere gli stessi errori. Serve ad imparare, nonostante tutto, che è possibile superare il rancore, che è possibile sopravvivere al dolore e alla violenza:

Ho sempre paragonato ciò che ci è successo a un naufragio. All’improvviso si perde tutto, ci si trova sbalzati nell’acqua scura e profonda. Può succedere che il disastro sia annunciato dalla tempesta, ma ci sono anche le falle improvvise, gli iceberg, le orche. Se quello di mio padre fu un naufragio ipotizzabile, basta andare a ripercorrere i fatti di quei giorni, ci sono drammi improvvisi e non prevedibili, come accadde con Ezio Tarantelli o Massimo D’Antona.
Ma la parte dell’immagine che mi convince di più è il dopo: si può rimanere alla deriva per anni, per tutta la vita. Si può finire su un’isola deserta e scegliere di restarci. Molte delle persone colpite dai terroristi lo raccontano con lucida chiarezza […] Noi dobbiamo ringraziare mia madre che ebbe il coraggio di farsi aiutare da Tonino e la sorte che ci ha fatto nascere in una famiglia larga e ramificata […]

Un racconto crudo, tremendo, e assieme tenero, di quella tenerezza che si sente nelle parole di un figlio per la madre. Una lezione per tutti, un libro che andrebbe messo tra i testi fondamentali di educazione civica a scuola.

Per insegnare ai nostri figli.

Per impararlo di nuovo, anche noi.

Perché la violenza non sia mai la risposta giusta.

Spingendo la notte più in là.
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo.
Mario Calabresi
Mondadori (collana Strade Blu. Non Fiction), 2007, pag. 131,  € 14,50
ISBN: 978-8804580447

Dove acquistarlo: Amazon
Anche in formato Kindle

polepole
Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle. Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

2 COMMENTS

  1. sono d’accodo con te, un libro fondamentale. uno dei pochi che mi ha fatto commuovere (sono un osso duro). ne avevo scritto anch’io sul non.blog

    • Grazie! 🙂
      Credo che Mario sia stato capace di trasferire la serenità dello spirito e l’assoluta assenza di rancore con cui sua madre è riuscita a far crescere i suoi figli, nonostante tutto…

      Una grande lezione per tutti.

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