La traduttrice, Rabih Alameddine

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Molto tempo fa cedetti alla irrefrenabile passione per la parola scritta. La letteratura é la mia buca nella sabbia. Lì dentro gioco, costruisco i miei fortini e i miei castelli, mi diverto da matti. É il mondo al di fuori di quel box a crearmi qualche problema. Mi sono adattata umilmente, sia pure in modo non convenzionale, a questo mondo visibile per riuscire a ritirarmi senza troppo disturbo nel mio mondo interiore di libri. Trasformando questa metafora arenosa, se la letteratura é la mia buca nella sabbia, allora il mondo reale è la mia clessidra – una clessidra che fa scorrere un granello alla volta. La letteratura mi dà vita, e la vita mi uccide.
Be’, la vita uccide tutti.

Ancora una volta la mia bibliotecaria preferita ha colpito nel segno. Quando le ho chiesto di consigliarmi un libro che raccontasse di librerie e biblioteche me ne ha consigliati tre, con gli occhi sbrilluccicanti, dicendomi che si trattava di tre libri molto diversi tra loro e molto molto particolari…

La strana biblioteca di Haruki Murakami era il primo (potete leggerlo qui), La traduttrice, di Rabih Alameddine – quello di cui parlo oggi – è il secondo.

Siedo al buio. E sarebbe difficile capire quello che è peggio: il buio dentro, o le tenebre fuori.

L’ho letto in pochissimo tempo ma avrei voluto che durasse almeno il doppio: la scrittura di Alameddine – nonostante abbia trovato diversi refusi nella traduzione (proprio in un libro che si intitola “la traduttrice”!?) – è un piacere lento. Scorre via, perdendosi tra le strade di Beirut, nella guerra che sconvolge il Libano tra il 1975 e il 1990, viaggia nel tempo e alterna passato, presente e diverse vie di mezzo. Racconta strade e quartieri, umanità e violenza, poi torna di corsa nella casa della protagonista e sembra non si sia mai allontanata di lì. Si affaccia alla finestra, guarda giù in cortile, ascolta le chiacchiere delle vicine che si incontrano per il caffè e subito dopo si immerge nei ricordi di Aaliyalibraia, donna divorziata e senza figli – e nelle sue letture: sono tantissimi i libri che ha letto, e altrettanti quelli che nel silenzio e nell’isolamento della sua casa (come unico compagno un Ak47, un fucile d’assalto) ha tradotto, foglio per foglio, pagina per pagina. E poi ha riposto, in perfetto ordine, ognuno nella sua scatola, ben chiusa e sigillata, e sistemato nella camera della domestica.
Sì perché di tutto questo gran lavoro che ha fatto non è stata pubblicata neanche una virgola: Aaliya ha lavorato solo per sé, solo per capire, solo per vivere vite che non ha vissuto. Solo per uscire dalla sua solitudine.

Nessuna perdita viene avvertita più profondamente della perdita di ciò che sarebbe potuto essere. Nessuna nostalgia fa male quanto la nostalgia per le cose che non sono mai esistite.

Fernando Pessoa, Tomasi di Lampedusa, Claudio Magris, Roberto Bolaño, Javier Marìas, Marguerite Duras, Alice Munro, Cesare Pavese: tantissimi consigli per chi ha il vizio di leggere, tantissimi autori da scoprire (e lo faremo anche noi prossimamente), tantissime citazioni che fanno venir voglia di correre subito in libreria e accaparrarsi tutti questi tesori che abbiamo a disposizione…

…la maggior parte di noi crede che siamo ciò che siamo per via delle decisioni che abbiamo preso, per via degli eventi che ci hanno plasmato, per via delle scelte delle persone intorno a noi. Di rado prendiamo in considerazione il fatto che siamo altresì formati dalle decisioni che non abbiamo preso, dagli eventi che avrebbero potuto succedere ma non si sono verificati, o anche, in effetti, dalla nostra mancanza di scelte.

Un romanzo che racconta una storia abbastanza recente e per lo più sconosciuta, quella del Libano e della guerra che l’ha attraversato, devastandolo; un romanzo che racconta nel frattempo una storia molto più intima e delicata: quella di una donna “libera”, lavoratrice, sposata e divorziata, senza figli, che vive in un paese in cui tutto questo è culturalmente inaccettabile.
Aaliya è sola, avvolta dalla solitudine come dallo sdrucito soprabito che indossa ogni mattina, quando va in cucina per prepararsi il tè rituale della colazione. Aaliya è sola e si circonda di libri e delle persone che vi sono contenute. Aaliya è sola, è “solo un puntino”, “una donna inutile” (come direbbe la vera traduzione del titolo originale) ma un puntino che ha un coraggio e una determinazione incredibili.

Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso neanche sperare di essere qualcosa. A parte questo, ho dentro di me tutti i sogni del mondo.
(Tabaccheria, Fernando Pessoa)

Aaliya non è poi così sola: la sua padrona di casa le porta spesso pietanze prelibate, lasciandole sulla porta (ha capito la sua difficoltà ad avere contatti con gli altri?), le vicine la sostengono e cacciano via i suoi parenti inferociti, intervengono durante l’alluvione che rischia di distruggere tutto il suo lavoro… l’aiutano a riscoprire un’amicizia delicata e una solidarietà che ha conosciuto solo una volta nella sua vita, quando ha visto per la prima volta Hannah, la sua unica amica.

Aaliya è una donna raccontata da un uomo.

Non facile farlo, verrebbe da dire: chi può capire meglio di una donna le sensazioni, i sentimenti, le emozioni, di una donna?
E invece non è così: Rabih Alameddine li capisce benissimo. Scava e affonda nelle emozioni, nei ricordi, nei sentimenti del momento in cui parla. Aaliya parla dando del tu al lettore, in un monologo assoluto e chiarificatore. Racconta la rabbia e il dolore, racconta il piacere dei momenti dedicati ai libri, racconta l’angoscia del suo essersi sentita “inutile”. Racconta per cercare di capire.

“Una volta, Alain Robbe-Grllet scrisse che la cosa peggiore che capitò al romanzo fu l’arrivo della psicologia. Si può supporre che intendesse dire che oggi tutti noi ci aspettiamo di capire la motivazione dietro le azioni di ogni personaggio, come se fosse possibile, come se la vita funzionasse a quel modo… la perdita di mistero. Il voler tirar fuori la casualità ci rende dei lettori ottusi. Eppure capisco il desiderio, perché anch’io desidero vivere in un mondo razionale. Desidero capire perché mia madre ha gridato… Purtroppo non capisco…”

I pareri su questo libro sono molto contrastanti. Nel mio caso lo considero prezioso per i momenti di riflessione che ha saputo darmi e per gli spunti che mi ha suggerito. “Prezioso” perché riscrivere la propria vita, tradurla per scritto, osservarla e riviverla da lettore, è un modo per capire la propria direzione e per fare il punto. E non ci ricordiamo mai abbastanza di quanto sia importante farlo. “Prezioso” perché è ricco di consigli e citazioni e autori da conoscere. “Prezioso” perché nella solitudine di Aaliya non leggo aridità di sentimenti, non leggo mancanza di passione, non leggo un personaggio inutile e inesistente, ma tutto il contrario: il fatto che in questo momento le emozioni, la passione, la vitalità sembrino sepolte e dimenticate dipende solo dagli eventi esterni e dalla volontà di sopravvivere: la tenerezza di certi istanti – brevi come un flash -, l’incontro luminoso, finalmente, con una madre che non aveva mai dimostrato di amare sua figlia, devono far pensare.
E – forse – si può farlo solo dopo una certa età, o solo dopo aver provato cosa significhi diventare madre, o solo nascendo donna. Oppure…

N.b.: se potete leggetelo in lingua originale, sono sicura che se ne guadagna in piacere e scorrevolezza. La traduzione ha diversi ruzzoloni inconcepibili… :/
Una per tutte: “pas de deux”, riferito al balletto non si può, davvero non si può, tradurre come “non due”!

La traduttrice
Rabih Alameddine
Bompiani (collana Narratori stranieri), 2013, pag. 303, € 8,10
ISBN: 978-8845272882

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Polepole è Silvia, lettrice affamata e da poco tempo molto selettiva, geometra, architetto, perenne studente della vita. Sono nata nel 1973, in un soleggiato ultimo giorno di aprile, ho un marito e due figli meravigliosi, che riempiono la mia vita di emozioni belle.
Passerei l’intera esistenza sui libri, con tazza di cioccolata fumante al seguito, senza distogliere lo sguardo se non per farmi conquistare dalla copertina di un altro libro.

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