Il Rogo di Berlino, di Helga Schneider

Vienna, primavera 1971
(…) Quando la porta si aprì, vidi una donna che mi somigliava in modo impressionante. L’abbracciai piangendo, sopraffatta da un’incredula felicità e pronta a comprendere, a perdonare, a mettere una pietra sul passato.

Lei iniziò subito a parlare di sé. Nessun tentativo di giustificare il suo abbandono, nessuna spiegazione. Raccontava. Molti anni prima l’avevano arrestata nel campo di concentramento di Birkenau, dove faceva la guardiana. Vestiva una impeccabile uniforme “che le stava così bene”. Non erano ancora passati venti minuti che già apriva un maledetto armadio per mostrarmi, nostalgica, quella stessa uniforme. “Perché non te la provi? (…)” Non lo feci, ero confusa e turbata. Ma ciò che disse subito dopo fu anche più grave dell’aver rinnegato il proprio ruolo di madre. “Sono stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, ma ormai non ha più nessuna importanza. Col nazismo ero qualcuno, dopo non sono stata più niente.”

Mi raggelò. E se lei, nel 1941, aveva deciso di non volere questa figlia, ora ero io a non volere questa madre!

Inizia così “Il rogo di Berlino”, scritto da Helga Schneider – nata in Polonia, vissuta in Germania e italiana dal 1963.

La recensione di Il Rogo di Berlino, di Helga Schneider

È la Seconda Guerra Mondiale, è il Nazismo coi suoi valori distorti e malati, è il terrore delle bombe che cadono, dei soldati senza più umanità, ubriachi di morte e alcool, che stuprano bambine ridendo e urlando. Tutto questo orrore e ancora di più, vissuto da lei stessa: una bambina non ebrea che vive a Berlino, abbandonata a quattro anni dalla madre, la quale preferisce il Nazionalsocialismo a lei e al fratellino di diciannove mesi.

L’intero racconto è pieno della ribellione insita in Helga, del suo rifiuto istintivo per il “capo di tutti noi” e la sua guerra assurda. Dopo l’abbandono da parte della madre e un solo anno trascorso con la nonna paterna – severa ma giusta e amata – il padre di Helga si risposa e la matrigna diviene la nuova figura di riferimento, peccato sia troppo giovane per esserlo davvero. Mal sopportata da quest’ultima, la piccola Helga finisce in collegio. Dapprima convinta di avere un alleato nel piccolo Peter, suo fratello, una volta tornata dall’esperienza fredda ma incredibilmente rimpianta del collegio, vede anche quest’ultima convinzione crollare, schiacciata dalla sfrontata preferenza della matrigna per il piccolo e dall’interesse ingenuo e malsano che lui stesso prova per Hitler, le bombe e la morte. Helga si ritrova sola con la paura e il lerciume quotidiano di una cantina adibita a rifugio, strapiena di gente, puzza di feci e urina e malattia. Solo “Opa”, il nonno acquisito, riesce a darle la forza per non arrendersi. Troppe sono le vite stipate nella cantina, che da rifugio temporaneo durante le incursioni aeree diventa via via residenza stabile, pochissima l’acqua disponibile, praticamente inesistente il cibo. Una vita da topi di fogna, senza la consolazione di essere topi di fogna.

La visita al bunker del Führer, premio riservato a pochi fortunati bambini tedeschi, apre poi uno scenario grottesco di tristissimo contrasto tra la distruzione nel suo più stretto significato e una parvenza di privilegio che fa venire i brividi. Lì dentro i bimbi della guerra sono nutriti a salsicce e gelatina, lavati col sapone e istruiti per qualche giorno, prima di essere ammessi alla presenza di Hitler in persona, che li ispeziona come fossero i suoi soldatini e ha una parola buona per ognuno di loro. Ma anche questo breve periodo di “sicurezza” termina e la cantina riapre le sue fauci davanti a Helga e Peter.

Non resta che rimanere vivi e aspettare la fine, quale che sia. E tutto termina come è noto. Le vite riprendono in qualche modo, la ricostruzione sembra impossibile ma avviene. Helga e Peter ritrovano un padre al quale fanno molta fatica a riabituarsi.

La sensazione di perdita, smarrimento, impotenza permane anche dopo il termine delle ostilità, di tutte le ostilità; il desiderio che nulla di quanto letto sia vero è prepotente. La consapevolezza che invece lo è, lascia chi legge a fissare il muro con occhi spalancati e increduli.

IL ROGO DI BERLINO
Autore: Schneider Helga
Adelphi (1998), 229 pag,  € 10,00

5 COMMENTS

  1. Un libro importante, e la tua recensione è davvero interessante.
    Non amo troppo questo genere di libri, ma di nuovo allungo la mia wish list…

  2. […] Il Rogo di Berlino, di Helga Schneider | zebuk.it: “ Vienna, primavera 1971 (…) Quando la porta si aprì, vidi una donna che mi somigliava in modo impressionante. L’abbracciai piangendo, sopraffatta da un’incredula felicità e pronta a comprendere, a perdonare, a mettere una pietra sul passato. Lei iniziò subito a parlare di sè. Nessun tentativo di giustificare il suo abbandono, nessuna spiegazione. Raccontava. Molti anni prima l’avevano arrestata nel campo di concentramento di Birkenau, dove faceva la guardiana. Vestiva una impeccabile uniforme ‘che le stava così bene’. Non erano ancora passati venti minuti che già apriva un maledetto armadio per mostrarmi, nostalgica, quella stessa uniforme. ‘Perchè non te la provi? (…)’ Non lo feci, ero confusa e turbata. Ma ciò che disse subito dopo fu anche più grave dell’aver rinnegato il proprio ruolo di madre. ‘Sono stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, ma ormai non ha più nessuna importanza. Col nazismo ero qualcuno, dopo non sono stata più niente.’ Mi raggelò. E se lei, nel 1941, aveva deciso di non volere questa figlia, ora ero io a non volere questa madre! Inizia così ‘Il rogo di Berlino’, scritto da Helga Schneider – nata in Polonia, vissuta in Germania e italiana dal 1963. E’ la Seconda Guerra Mondiale, è il Nazismo coi suoi valori distorti e malati, è il terrore delle bombe che cadono, dei soldati senza più umanità, ubriachi di morte e alcool, che stuprano bambine ridendo e urlando. Tutto questo orrore e ancora di più, vissuto da lei stessa: una bambina non ebrea che vive a Berlino, abbandonata a quattro anni dalla madre, la quale preferisce il Nazionalsocialismo a lei e al fratellino di diciannove mesi. L’intero racconto è pieno della ribellione insita in Helga, del suo rifiuto istintivo per il ‘capo di tutti noi’ e la sua guerra assurda. Dopo l’abbandono da parte della madre e un solo anno trascorso con la nonna paterna – severa ma giusta e amata – il padre di Helga si risposa e la matrigna diviene la nuova figura di riferimento, peccato sia troppo giovane per esserlo davvero. Malsopportata da quest’ultima, la piccola Helga finisce in collegio. Dapprima convinta di avere un alleato nel piccolo Peter, suo fratello, una volta tornata dall’esperienza fredda ma incredibilmente rimpianta del collegio, vede anche quest’ultima convinzione crollare, schiacciata dalla sfrontata preferenza della matrigna per il piccolo e dall’interesse ingenuo e malsano che lui stesso prova per Hitler, le bombe e la morte. Helga si ritrova sola con la paura e il lerciume quotidiano di una cantina adibita a rifugio, strapiena di gente, puzza di feci e urina e malattia. Solo ‘Opa’, il nonno acquisito, riesce a darle la forza per non arrendersi. Troppe sono le vite stipate nella cantina, che da rifugio temporaneo durante le incursioni aeree diventa via via residenza stabile, pochissima l’acqua disponibile, praticamente inesistente il cibo. Una vita da topi di fogna, senza la consolazione di essere topi di fogna. La visita al bunker del Führer, premio riservato a pochi fortunati bambini tedeschi, apre poi uno scenario grottesco di tristissimo contrasto tra la distruzione nel suo più stretto significato e una parvenza di privilegio che fa venire i brividi. Lì dentro i bimbi della guerra sono nutriti a salsicce e gelatina, lavati col sapone e istruiti per qualche giorno, prima di essere ammessi alla presenza di Hitler in persona, che li ispeziona come fossero i suoi soldatini e ha una parola buona per ognuno di loro. Ma anche questo breve periodo di ‘sicurezza’ termina e la cantina riapre le sue fauci davanti a Helga e Peter. Non resta che rimanere vivi e aspettare la fine, quale che sia. E tutto termina come è noto. Le vite riprendono in qualche modo, la ricostruzione sembra impossibile ma avviene. Helga e Peter ritrovano un padre al quale fanno molta fatica a riabituarsi. La sensazione di perdita, smarrimento, impotenza permane anche dopo il termine delle ostilità, di tutte le ostilità; il desiderio che nulla di quanto letto sia vero è prepotente. La consapevolezza che invece lo è, lascia chi legge a fissare il muro con occhi spalancati e increduli. […]

  3. […] Il Rogo di Berlino, di Helga Schneider | zebuk.it: “ Vienna, primavera 1971 (…) Quando la porta si aprì, vidi una donna che mi somigliava in modo impressionante. L’abbracciai piangendo, sopraffatta da un’incredula felicità e pronta a comprendere, a perdonare, a mettere una pietra sul passato. Lei iniziò subito a parlare di sè. Nessun tentativo di giustificare il suo abbandono, nessuna spiegazione. Raccontava. Molti anni prima l’avevano arrestata nel campo di concentramento di Birkenau, dove faceva la guardiana. Vestiva una impeccabile uniforme ‘che le stava così bene’. Non erano ancora passati venti minuti che già apriva un maledetto armadio per mostrarmi, nostalgica, quella stessa uniforme. ‘Perchè non te la provi? (…)’ Non lo feci, ero confusa e turbata. Ma ciò che disse subito dopo fu anche più grave dell’aver rinnegato il proprio ruolo di madre. ‘Sono stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, ma ormai non ha più nessuna importanza. Col nazismo ero qualcuno, dopo non sono stata più niente.’ Mi raggelò. E se lei, nel 1941, aveva deciso di non volere questa figlia, ora ero io a non volere questa madre! Inizia così ‘Il rogo di Berlino’, scritto da Helga Schneider – nata in Polonia, vissuta in Germania e italiana dal 1963. E’ la Seconda Guerra Mondiale, è il Nazismo coi suoi valori distorti e malati, è il terrore delle bombe che cadono, dei soldati senza più umanità, ubriachi di morte e alcool, che stuprano bambine ridendo e urlando. Tutto questo orrore e ancora di più, vissuto da lei stessa: una bambina non ebrea che vive a Berlino, abbandonata a quattro anni dalla madre, la quale preferisce il Nazionalsocialismo a lei e al fratellino di diciannove mesi. L’intero racconto è pieno della ribellione insita in Helga, del suo rifiuto istintivo per il ‘capo di tutti noi’ e la sua guerra assurda. Dopo l’abbandono da parte della madre e un solo anno trascorso con la nonna paterna – severa ma giusta e amata – il padre di Helga si risposa e la matrigna diviene la nuova figura di riferimento, peccato sia troppo giovane per esserlo davvero. Malsopportata da quest’ultima, la piccola Helga finisce in collegio. Dapprima convinta di avere un alleato nel piccolo Peter, suo fratello, una volta tornata dall’esperienza fredda ma incredibilmente rimpianta del collegio, vede anche quest’ultima convinzione crollare, schiacciata dalla sfrontata preferenza della matrigna per il piccolo e dall’interesse ingenuo e malsano che lui stesso prova per Hitler, le bombe e la morte. Helga si ritrova sola con la paura e il lerciume quotidiano di una cantina adibita a rifugio, strapiena di gente, puzza di feci e urina e malattia. Solo ‘Opa’, il nonno acquisito, riesce a darle la forza per non arrendersi. Troppe sono le vite stipate nella cantina, che da rifugio temporaneo durante le incursioni aeree diventa via via residenza stabile, pochissima l’acqua disponibile, praticamente inesistente il cibo. Una vita da topi di fogna, senza la consolazione di essere topi di fogna. La visita al bunker del Führer, premio riservato a pochi fortunati bambini tedeschi, apre poi uno scenario grottesco di tristissimo contrasto tra la distruzione nel suo più stretto significato e una parvenza di privilegio che fa venire i brividi. Lì dentro i bimbi della guerra sono nutriti a salsicce e gelatina, lavati col sapone e istruiti per qualche giorno, prima di essere ammessi alla presenza di Hitler in persona, che li ispeziona come fossero i suoi soldatini e ha una parola buona per ognuno di loro. Ma anche questo breve periodo di ‘sicurezza’ termina e la cantina riapre le sue fauci davanti a Helga e Peter. Non resta che rimanere vivi e aspettare la fine, quale che sia. E tutto termina come è noto. Le vite riprendono in qualche modo, la ricostruzione sembra impossibile ma avviene. Helga e Peter ritrovano un padre al quale fanno molta fatica a riabituarsi. La sensazione di perdita, smarrimento, impotenza permane anche dopo il termine delle ostilità, di tutte le ostilità; il desiderio che nulla di quanto letto sia vero è prepotente. La consapevolezza che invece lo è, lascia chi legge a fissare il muro con occhi spalancati e increduli. […]

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