Il giardino di Elizabeth, Elizabeth von Arnim

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La prima parte di quel periodo di beatitudine fu la più perfetta, perché non avevo null’altro a cui pensare tranne che alla pace e alla bellezza che mi circondavano. Poi comparve colui che ha il diritto di apparire come e quando vuole e mi rimproverò per non aver mai scritto, e quando gli risposi che ero stata letteralmente troppo felice per pensare a scrivere parve prendere come una critica, che lo colpiva di riflesso, la considerazione potevo essere felice da sola. […] Cercai di rabbonirlo, ma nulla placò quell’Uomo della Collera, e disse che sarebbe rientrato immediatamente dalla famiglia trascurata. Così se ne andò, e il resto di quel prezioso periodo fu disturbato da rimorsi di coscienza (ai quali vado molto soggetta) ogni qualvolta scoprivo dentro di me il desiderio di mettermi a saltare dalla gioia.

Ho appena finito di leggere le ultime pagine del libro e avevo già bisogno di parlarne, tanto mi ha regalato, tanto ha rallegrato questi ultimi giorni di un anno che ha portato bello e brutto insieme.
Ho conosciuto Il giardino di Elizabeth grazie a Pia Pera, che lo ha citato in più di un’occasione nel suo L’orto di un perdigiorno, libro che ho letto ma non ancora recensito (dovrò farlo, nel nuovo anno, sicuramente!). Dal sito di Elliot edizioni – che ringraziamo per la gentilezza – riporto:

Tornato recentemente alla ribalta in Inghilterra grazie alla popolare serie televisiva Downton Abbey*, Il giardino di Elizabeth fu un incredibile successo sin dalla sua prima pubblicazione, nel 1898, capace di superare autori allora imprescindibili come Marie Corelli e H.G. Wells.

* in una puntata della seconda stagione della serie una delle protagoniste leggeva proprio questo libro

Elizabeth è una donna aristocratica, signora di fine Ottocento, moglie del conte von Arnim, che in un momento difficile della sua vita (quando sente più opprimente che mai la vita in città ma soprattutto il burbero marito, che non ammette alcuna possibilità di emancipazione alla donna) sceglie di lasciare la città, la casa, il marito, i figli e di dedicarsi alla ristrutturazione di una casa di famiglia, un ex convento, in Pomerania, a nord della Germania.

È il giardino il posto in cui vado a cercare rifugio. La’ fuori i doni del cielo mi si affollano intorno a ogni passo. Ogni fiore, ogni erba è un amico.

La ristrutturazione della casa è per Elizabeth solo una scusa, perché quando giunge nella dimora di campagna si innamora perdutamente del vecchio giardino abbandonato e si stabilisce lì quasi in pianta stabile, dal primo mattino alla sera tardi, quando si ritira suo malgrado in camera per la notte.
Proprio in questo giardino Elizabeth scopre se stessa, il suo entusiasmo, la voglia di scoprire le meraviglie della natura e il suo talento come scrittrice.

7 maggio. Mi piace il mio giardino. Ci sto scrivendo proprio ora nell’incanto del tardo pomeriggio, con frequenti interruzioni dovute alle zanzare e alla tentazione di alzare gli occhi a contemplare tutto lo splendore delle foglie verdi novelle lavate mezz’ora fa da uno scroscio di pioggia gelida. Due gufi sono appollaiati davanti a me, e stanno intrattenendo una lunga conversazione che mi delizia quanto ogni altro gorgheggiare d’usignoli.

Alcuni brani sono di una bellezza intrigante, non solo per chi ama la natura: Elizabeth era sicuramente una donna eccentrica per il periodo in cui viveva e non cercava di nasconderlo. Preferiva dedicarsi alla vita all’aria aperta, leggere un libro standosene col naso libero di respirare la natura intorno a lei, mettere le mani nella terra odorosa al posto del suo giardiniere (ma non può proprio farlo, scombussolerebbe troppo l’ordine delle cose!), coltivare e curare piante e fiori, anziché seguire le regole della vita cittadina di un certo livello, anziché cucinare e badare alla casa e alle tre figlie:

La gente qui intorno è persuasa che io sia, per metterla nei termini più gentili possibile, oltremodo eccentrica; perché si è sparsa la voce che passo la giornata fuori all’aperto con un libro, e che occhi mortali ancora non mi hanno visto cucire o cucinare. Ma perché cucinare, quando puoi trovare qualcun altro che cucina per te?

Sicuramente Elizabeth si poteva permettere un certo stile di vita, sicuramente è stata capace di gestire “l’uomo della Collera, colui che ha il diritto di apprarire come e quando vuole”, in modo che non fosse in grado di metterle i bastoni tra le ruote e riuscendo a vivere la sua vita come più le piaceva fare. E questo è indubbio.
Ma quello che mi piace notare di lei è quell’aria un po’ svampita, quell’universo sognante in cui è immersa, quel suo saper vivere da sola senza aver bisogno di nessuno, cibandosi per lunghi periodi anche solo di insalata per non muoversi dal suo giardino segreto del cuore.
Quella sua indipendenza.

Se solo potessi zappare e piantare io stessa! Oltre al fatto che è un’attività affascinante di per sé, quanto diventerebbe facile scavare i buchi proprio dove li voglio e metterci le piante che preferisco anziché impartire ordini che vengono capiti a metà se mi allontano dalle linee segnate da quel lungo pezzo di spago!

Ci troviamo alla fine dell’Ottocento: una donna di una certa classe sociale deve attenersi almeno ad alcune regole ferree dettate dalla civiltà dell’epoca, e Elizabeth lo fa, in parte, pur sopportandole poco, in un misto tra il senso di liberazione e la vergogna per qualcosa di non consono al suo status:

Perché me ne vergogno? Non è certo un’attività elegante e fa sudare, benché sia un lavoro benedetto, e se nel Paradiso terrestre Eva avesse avuto una vanga e la capacità di usarla, ci saremmo risparmiati la vicenda incresciosa della mela.

Se ne vergogna in parte, sì, ma allo stesso tempo manifesta il suo disaccordo con le regole assurde della sua società. E cerca, in ogni modo, di mantenere quello che ha conquistato con magnifiche doti diplomatiche.

Oltre al piacere per le descrizioni di quegli ambienti romantici tipici di un certo periodo, dei giardini odorosi e pieni di vita e colore, Il giardino di Elizabeth è un magnifico inno alla solitudine, una lettura perfetta per chi vuole leggere di una donna che fa valere i propri diritti, con diplomazie e un certo tocco di ironia, che non guasta mai. E su questo tema torneremo, perché ne sentiamo un forte bisogno.

Che donna felice sono! Vivo in un giardino, con libri, bambine, uccelli, fiori e un sacco di tempo a disposizione per godermeli. Tuttavia, i miei conoscenti che vivono in città mi vedono prigioniera, sepolta in campagna e chissà cos’altro, tanto che, se toccasse loro una vita come la mia, si sentirebbero condannati e urlerebbero a squarciagola da mattina a sera. A volte mi sembra di essere più fortunata dei miei pari, perché so trovare la felicità così facilmente. Credo che se il sole splendesse sempre sarei sempre buona, e persino in Siberia riuscirei a godermi la vita se la giornata fosse bella.

Il giardino di Elizabeth
Elizabeth von Armin
Elliot edizioni

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